“…e quindi uscimmo a riveder le stelle” 8 straniare il male, a renderlo oggettivo e quindi visibile, presente: Weiss espone una considerazione molto acuta, sebbene legata ai parametri interpretativi tipicamente psicanalitici dell’epoca: «Come nell’ Ulisse di Joyce, il discorso [nella Divina commedia] scaturisce costantemente dal soggettivo, dall’onirico, tuttavia il materiale che fa venir su gorgogliando rispecchia la realtà esterna». È questo uno dei motivi per cui il poema dantesco può ancora apparirci equiparabile alla nostra condizione: nessun tipo di riscatto però si riesce a trovare nei luoghi dove persino Beatrice sarebbe ormai ridotta a cenere, come la Sulamith del celebre componimento Todesfuge (1952, ‘Fuga di morte’) di Paul Celan, uno dei massimi poeti del XX secolo, anch’egli segnato dalla Shoah. In generale, la tendenza a riconoscere nel poema dantesco una sorta di paradigma utilizzabile per saggiare i destini moderni, individuali e collettivi, si afferma sempre più largamente nel corso del Novecento. Se i personaggi del romanzo canonico sembrano sempre più di frequente disgiunti da una biografia certa e plausibile, il confronto con l’esito dei comportamenti, del tutto certo in Dante, può risultare significativo. È il caso di quella storia di autodistruzione che costituisce il nucleo di Under the Volcano (1947, ‘Sotto il vulcano’) dell’inglese Malcom Lowry, definita dall’autore «una Divina commedia ubriaca». Nel romanzo il ruolo dell’io-protagonista non è più quello dell’uomo che cerca, magari erroneamente, una verità e una salvezza per non vivere come i bruti, bensì al contrario cerca l’accecamento e appunto l’abbrutimento per evitare di guardare in faccia ciò che già sa: il non-senso del mondo esterno, potenzialmente distruttivo come il vulcano sotto cui ciascuno di noi vive. La distruttività di un’epoca che ha generato innumerevoli inferni può essere esemplificata in molti racconti allegorici, e addirittura in una serie di equivalenze precise che partono dalla ‘realtà-reale’ di una città, New York, diventata la presunta capitale del mondo ma pur sempre fatta di gironi ricolmi di reietti e di peccatori. Questa almeno è l’immagine che emerge da The system of Dante’s Hell (1965), romanzo-denuncia di LeRoi Jones, ovvero lo scrittore e intellettuale afroamericano Amiri Baraka, scomparso nel 2014, cantore del popolo del blues e nel contempo risoluto oppositore del ‘sistema’ capitalistico, che ha sancito la collocazione in ghetti di un’ampia parte della popolazione statunitense. Se adesso la denuncia può sembrare sin troppo ovvia, è importante che Baraka abbia deciso di far riferimento al paradigma dantesco che allora, fra i bianchi statunitensi di cultura medio-alta, poteva rappresentare un sistema di verifica etica riconoscibile, in cui risaltava chiara la distribuzione di colpe e pene (comprese quelle ingiustamente subìte). Gli esempi di riuso dell’opera di Dante sarebbero tantissimi altri: solo in Italia, il ritorno alla realtà e le nuove sperimentazioni linguistiche degli anni Cinquanta-Settanta trovano un punto di riferimento in una rilettura autonoma ma trasversale rispetto ad autori molto diversi tra loro, dall’Edoardo Sanguineti di Laborintus (1956) al Pier Paolo Pasolini di Divina mimesis (opera che intendeva riscrivere l’intera Divina commedia, iniziata nel 1963 ma incompiuta) e soprattutto di Petrolio (un grandioso romanzo-visione, i cui materiali sono stati pubblicati postumi nel 1992). Ma anche i grandi poeti Mario Luzi, Giorgio Caproni, Giovanni Giudici, Andrea Zanzotto e tanti altri autori italiani si confrontarono in quegli anni con le opere dantesche. Lo stesso Montale decise di spostarsi nell’ambito della “poesia inclusiva” e del comico nella sua ultima produzione, che si fa iniziare dalla pubblicazione di Satura (1971). Nel 1965, comunque, il ruolo fondamentale di Dante nella storia letteraria italiana e internazionale fu sancito da numerosissimi congressi scientifici e da tante iniziative editoriali, culminate pochi anni dopo nella nuova edizione critica della Commedia secondo l’antica vulgata (1966-1967), curata da Giorgio Petrocchi, che fece leggere il testo secondo lezioni (ossia parole o frasi) in molti casi diverse da quelle accettate per lungo tempo. In questa fase si stabiliscono inoltre alcuni paradigmi forti nell’interpretazione complessiva del poema nonché delle altre opere di Dante. Si è già più volte ricordata l’interpretazione che fa di Dante la sorgente del plurilinguismo e del pluristilismo, evocati da Contini, in confronto con il monolinguismo di Petrarca. Altrove il critico sottolineò invece una questione di tipo narrativo, ossia il ruolo del “personaggio che dice io” rispetto all’autore reale (si vedano i saggi riuniti
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