EB_...e quindi uscimmo a riveder le stelle

“…e quindi uscimmo a riveder le stelle” 7 Ma tornando in Italia, dopo la fase delle Avanguardie e quella del cosiddetto ‘Ritorno all’ordine’, i destini di un grande critico, Gianfranco Contini, che individuò in Carlo Emilio Gadda il prosecutore dell’espressionismo di Dante, si legarono definitivamente a quelli di un grandissimo poeta, Eugenio Montale, nel fatidico 1939, l’anno in cui escono la prima edizione del commento continiano alle Rime di Dante e le Occasioni . In questa raccolta, fondamentale per gli sviluppi della poesia italiana del XX secolo, Montale passa da una lirica ancora aperta e descrittiva, praticata negli Ossi di seppia, a una difficile (non oscura, per rifarsi ai termini di una distinzione classica) e metonimica, fatta di frammenti di realtà in attesa di un miracolo laico che li riscatti, e in questo vicina a Eliot e ai modernisti. Dopo le grandi prove dei Mottetti (nelle quali Dante è ben presente, come nel celebre attacco “Il ramarro se scocca / sotto la grande fersa…”, che riscrive Inf. 25, vv. 79-81), e dopo le magnifiche poesie conclusive, come Nuove stanze e Notizie dall’Amiata, Montale sarebbe addirittura pronto a creare un nuovo mito, quello della sua amata Irma Brandeis (fra l’altro studiosa di Dante) che può diventare Clizia, in parte simile a Beatrice. Occorre però la lunga prova del secondo conflitto mondiale, quando ormai Irma è e per sempre resterà lontana, negli Stati Uniti suo paese d’origine, per arrivare a una poesia fortemente allegorica, capace di sublimare i destini dei singoli individui (compresi il poeta e la sua amata) in quello generale dell’umanità scampata alla distruzione totale. Ecco allora che Dante s’impone per rappresentare il desiderio di riscatto e la possibile salvezza, come avviene nella parte conclusiva del celebre componimento La primavera hitleriana (1939-46, poi inserito nella raccolta La bufera e altro, 1956), in cui la distruzione della guerra e la speranza di rinascita sono superate, grazie all’opera di Clizia che, come Beatrice, ha guardato “in alto” verso Dio, e poi si è sacrificata addirittura “per tutti” gli esseri umani. 2. La scoperta degli orrori dei Lager, e in generale la prospettiva di eventi apocalittici come lo scoppio di una bomba atomica, ha segnato l’immaginario collettivo degli anni Cinquanta-Sessanta (e oltre) del XX secolo: Dante non poteva non essere rievocato in molti campi artistici, specie per il confronto tra il suo Inferno e gli inferni davvero realizzatisi sulla terra, da Auschwitz e Hiroshima sino alle città caotiche e oppressive dei nuovi colossi politici mondiali. Si può sottolineare, per comprendere l’entità della mutazione, che molti degli autori che avevano più da vicino conosciuto o subìto gli orrori della Grande guerra avevano preferito evitare il confronto con il mondo metafisico del poema dantesco per soffermarsi sulla descrizione dei comportamenti dei singoli nei loro limiti ‘umani’: basti pensare a scrittori che pure conoscevano e citavano Dante, come Karl Kraus, celebre autore di aforismi che, da Vienna, visse il tracollo dell’Impero austroungarico e lo rappresentò nella sua tragedia Gli ultimi giorni dell’umanità (1922); più capillare, ma non decisiva, la presenza dantesca in Thomas Mann, che peraltro porrà in esergo al suo romanzo Doktor Faustus (1947) l’esordio del II dell’ Inferno. Viceversa, il confronto con i destini descritti nella Divina commedia risulta immediato e necessario in chi, per esempio, è sopravvissuto alla Shoah. Ciò vale, come è ben noto, per il Primo Levi di Se questo è un uomo (1947), che trova la forza, nel cuore di Auschwitz (organizzato come un Inferno reale), di ricostruire a memoria il canto di Ulisse, in cui Dante rappresenta la spinta a cercare e a progredire persino nella consapevolezza di un possibile esito tragico. Ma emblematica è pure la riflessione di un altro grande interprete della Shoah, l’ebreo tedesco Peter Weiss che compone un suo dramma, L’istruttoria, messo in scena nel 1965, utilizzando per i dialoghi le testimonianze ai processi contro i carnefici nazisti. In quell’anno, settimo centenario della nascita di Dante, Weiss scrisse anche una Conversazione su Dante, nella quale finge di rispondere a domande sul ruolo dell’ Inferno nel mondo contemporaneo. Il primo affondo è quello che sottolinea una differenza sostanziale e drammatica rispetto all’Aldilà cristiano: «nel nostro inferno, infatti, giacciono gli innocenti». Se, dopo la Shoah, ci si accosta di nuovo al mondo esterno con l’intento di giudicarlo eticamente, ci si accorge che una Giustizia non è più rintracciabile, come avevano ormai mostrato autori quali Kafka e Beckett. Ciononostante, l’ Inferno riesce ancora a

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