“…e quindi uscimmo a riveder le stelle” 10 suo capolavoro assorbe persino la molteplicità ed è impossibile ridurlo a una sola componente, come si è sempre tentato di fare. 3. Dagli anni Ottanta del XX secolo predomina un allontanamento sempre più forte dal testo originale di Dante e una spinta a creare opere che, pur alludendo alla Divina commedia e a volte anche alla Vita nova, riscrivono, traspongono, rielaborano profondamente le possibili intenzioni dell’autore e persino le caratteristiche in apparenza sicure a livello esegetico. L’ambito del ‘dantesco’ diventa ancora più largo, e prima di tutto penetra nel territorio del pop: si contano fortunate traduzioni a fumetti alla Walt Disney (che aveva proposto un Inferno di Topolino già nel 1949), thriller letterari e cinematografici in cui Dante è un investigatore oppure fornisce un canovaccio per investigazioni, canzoni e articoli giornalistici che citano il poema, videogame ecc. Tutto questo sarebbe impossibile con altri classici, persino con quelli che volutamente ammiccavano non solo ai lettori colti, come nel caso dell’ Orlando furioso o del Don Chisciotte. Dante fornisce personaggi e vicende facilmente memorizzabili addirittura in culture molto diverse da quella italiana e interpretabili a più livelli, a volte sin troppo banali ma spesso dotati di efficacia. Questo territorio, al di là dei singoli esiti artistici, va percorso e indagato. Di certo, pure le letture pubbliche dedicate al poeta sono andate incontro a forti cambiamenti, dal periodo dei grandi attori che proponevano il loro Dante (in Italia, Giorgio Albertazzi, Vittorio Gassman o addirittura il grande trasgressore Carmelo Bene), a quello dei lettori-interpreti come Vittorio Sermonti, sino alla lettura semplice e piana, accompagnata da commenti attualizzanti, di Roberto Benigni. Nel contempo, pochi hanno osato ripetere i tentativi, un po’ velleitari, dei primordi del cinema, quando in varie occasioni si provò a mettere in scena, con un gusto davvero arretrato, la vita di Dante o intere cantiche: ormai pure nell’ambito pop occorrono idee forti e intuizioni creative fondate per affrontare di petto un autore che risulta uno dei pochissimi capaci di superare lo scoglio del successo di pubblico a distanza di secoli dal momento in cui ha prodotto la sua opera. È vero comunque che Dante resta amato e citato dai grandi scrittori attuali, poeti e, sempre più, narratori. Basti ricordare rapidamente il campione del fantastico ‘colto’, l’argentino Jorge L. Borges, che nel secondo Novecento ha dedicato vari suoi saggi a episodi particolari della Divina commedia, come l’apparizione dell’Aquila della giustizia nel Paradiso, trovando occasioni per confronti interculturali molto arditi, in questo caso con il magico uccello della cultura persiana, detto Simurg. Ma forse il riuso più innovativo che Borges fa dell’intera costruzione dantesca è quello del suo racconto La biblioteca di Babele (1941), che da molti punti di vista appare come una sorta di ‘mondo possibile’ in cui l’organizzazione di un aldilà perfettamente ordinato e finalizzato viene surrogata da un caos altrettanto perfetto, entropico, e nello stesso tempo creativo. La Biblioteca, «illimitata e periodica», costituirebbe l’unica ipotesi attualmente formulabile per conciliare il rapporto fra il nostro sapere, sempre più ampio e incontrollabile da un singolo individuo, e il mondo. Il destino, però, potrebbe essere quello di non conoscere più l’Ordine finale. In Giappone, un importante romanzo a sfondo autobiografico del premio Nobel Kenzaburō Ōe, Gli anni della nostalgia (1987), pone al centro del racconto un personaggio, Gii, che regola la sua vita su fondamenti e valori tipici della cultura nipponica, e che però, fedele soprattutto a una dignità e a una ricerca etica personale, considera importante confrontarsi con l’opera di Dante: giunge addirittura a citarne e a commentarne a più riprese passi che riguardano in particolare il Giudizio universale, a cominciare da Inferno XIII per arrivare agli ultimi canti del Paradiso. Tuttavia, essendo per Gii impossibile credere in un Paradiso cristiano, il luogo ultraterreno da lui più amato è il Purgatorio, precisamente la spiaggia che accoglie Dante e Virgilio all’uscita dall’Inferno: un luogo, pure per un personaggio di cultura nipponica, di momentanea requie, di speranza e di purificazione, raggiunto dopo aver evitato il naufragio che poteva, poco prima dell’arrivo all’isola sperata,
RkJQdWJsaXNoZXIy NTYxOTA=