EB_...e quindi uscimmo a riveder le stelle

“…e quindi uscimmo a riveder le stelle” 63 con gli uomini. Dante non lo dice espressamente, ma fa comprendere che l’incarnazione del Verbo è il mistero più grande della nostra fede: è un fatto, un evento che pone tutta la vicenda umana, tutta la nostra storia in Dio. Sente ancora il brivido emotivo della sua intelligenza che cerca di capire come l’immagine di un uomo, Cristo, si adatti al cerchio divino e come possa trovare posto in esso. Intuisce che nel mistero del Dio vivente, uno nella natura e trino nelle persone, c’è Cristo, il figlio di Dio fatto uomo. Ma la sua ragione, nonostante tutto il suo sforzo, non è adeguata a comprendere: solo una folgorazione, un lampo di luce divina realizza il suo desiderio di vedere Dio, fine di tutti i desideri umani. Egli si sente ora pienamente appagato e guidato nella sua brama di conoscenza e nella sua volontà, inserito armonicamente nel movimento divino, come una ruota che si muove in moto circolare uniforme, mosso da “l’amor che muove il sole e l’altre stelle”. Dante trova finalmente in Dio il significato dei tanti problemi che hanno angustiato la sua vita, sia di quelli personali che riguardano il suo immeritato esilio con il carico di sofferenze, di incertezze e di umiliazioni, sia la soluzione dei molti interrogativi che occupavano la sua mente sulla giustizia divina, sulla provvidenza, sulla predestinazione, sul rapporto tra prescienza divina e libertà dell’uomo, sul destino eterno degli uomini. Nel Paradiso all’avo Cacciaguida chiede il perché del suo esilio: comprende dalla risposta del suo trisavolo, cavaliere e martire della fede, che il senso della sua sofferenza ha senso solo se proiettato in Dio, al di là dei fatti contingenti di questa terra. «La contingenza, che fuor del quaderno de la vostra matera non si stende, tutta è dipinta nel cospetto etterno; necessità però quindi non prende se non come dal viso in che si specchia nave che per torrente giù discende. Da indi, sì come viene ad orecchia dolce armonia da organo, mi viene a vista il tempo che ti s’apparecchia. (Par. XVII, 37-45) Solo guardando a Dio il poeta può comprendere che il suo esilio con il suo carico di false calunnie nei suoi confronti, con il distacco dalle cose e persone più care, con l’umiliazione di scendere e salir per l’altrui scale, con l’ingratitudine e l’abbandono dei suoi compagni di sventura, si ricompone in Dio, come dolce armonia d’organo, e trova in Lui il suo definitivo senso e significato. Solo in Dio si conciliano tutte le antinomie ed i contrasti dell’universo: nella profondità dell’essenza divina Dante vede che tutto ciò che nell’universo si squaderna, è sparso, scollegato e diviso, si trova invece raccolto, legato con amore in unità di senso in un volume. Comprende che le persone che ha incontrato (sostanze) gli avvenimenti della sua vita (accidenti) sono fusi insieme dall’amore divino. È sicuro di aver visto l’unità ineffabile di quella unione, perché sente ricordandola la dolcezza di quella visione. Nel suo profondo vidi che s’interna, legato con amore in un volume, ciò che per l’universo si squaderna: sustanze (persone) e accidenti (avvenimenti) e lor costume (rapporto) quasi conflati insieme, per tal modo che ciò ch’i’ dico è un semplice lume.

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