EB_...e quindi uscimmo a riveder le stelle

“…e quindi uscimmo a riveder le stelle” 49 Altrettanto affascinanti sono, entro il testo, le considerazioni sul rapporto tra ispirazione poetica e ragione,28 il riconoscimento della «segreta parentela» tra la poesia e la mistica,29 e, ancora, la sollecitazione a coltivare la poesia religiosa.30 Sono spunti di riflessione che avevano già in buona parte permeato anche l’omelia alla Messa degli artisti nella Cappella Sistina il 7 maggio del 196431 e dei quali non si può non cogliere la profonda attualità. D’altra parte, occorre anche riconoscere nella lettura della Commedia di Paolo VI un’attitudine che permea già molte delle più alte pagine del poema: l’idea cioè di una poesia che sappia essere soprattutto strumento di conoscenza e che sappia rivelarsi, non solo per Dante poeta e personaggio, ma anche per ogni uomo, portatrice di senso proprio perché è in grado di illuminare le questioni di fondo dell’esistenza umana, di ogni esistenza umana. Già nella Lettera al Cardinal Amleto Giovanni Cicognani, in occasione del VII centenario della nascita di Dante Alighieri , stesa poco più di un mese prima, Paolo VI del resto torna sullo stesso tema, sottolineando come in Dante il magistero dell’arte e la testimonianza di vita non potessero che procedere unite, come unite in un unico «possente anelito di fede, di speranza e di carità» erano la capacità fantastica e la bellezza della costruzione complessiva del poema, sostenuta da un solido ordito linguistico.32 Il rapporto tra fede e bellezza, e in particolare il fatto che quest’ultima possa essere di per sé tramite, appunto, alla fede, quando rappresenta l’esito più alto della ragione e della creatività umana, sono concetti che tornano anche in altri momenti della riflessione di Paolo VI. Ad esempio, nel Discorso ai Comitati italiani ed esteri della Società Dante Alighieri del 31 gennaio 1966 il Pontefice scorge nella figura di Dante una «sintesi […] di umana saggezza e di religiosa sincerità; sintesi di elevata civiltà letteraria e artistica, e di sofferta autenticità di preghiera e di ricerca di Dio», riconoscendo all’Alighieri «il dono magico della poesia».33 Non mancano tuttavia constatazioni in negativo, come quando, ad esempio, rivolgendosi ad alcuni intellettuali madrileni il 9 gennaio 1972, il Pontefice riconoscerà che forse la Chiesa non era stata in grado di trovare una lingua adatta a parlare con gli uomini di letteratura e di arte.34 Si avverte qui profondo il pericolo della rottura verso uno sperimentalismo artistico ormai sempre più laico e lontano dai valori cristiani strenuamente propugnati dallo stesso Dante. Forse anche in considerazione di tale pericolo, oltre che per celebrare e pienamente riconoscere la collocazione di Dante e della sua opera in grembo alla Chiesa, Paolo VI aveva esplicitato, già all’altezza dell’ Altissimi cantus, la volontà che fosse istituita presso l’Università Cattolica una Cattedra di Studi Danteschi; il medesimo auspicio torna per altro, in forma più estesa e argomentata, proprio nel citato discorso del 1966, ove si afferma: «L’istituzione da Noi promossa della Cattedra di Studi Danteschi presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore acquista il suo significato in questa visuale: e Ci conforta il pensiero che schiere di giovani pensosi dalla responsabilità della cultura, nella quale dare testimonianza della propria fede, potranno approfondire a questa scuola le alte lezioni, che 28 Ivi, p. 28, §44; circa l’ispirazione, Paolo VI afferma: «Non è che questa bandisca la ragione, ma costituisce invece un altro modo di conoscere le cose e d’impossessarsi di esse e di raccogliere rapporti che quella non vede». 29 Ivi, p. 31, §51: «In realtà fra i mistici e i veri poeti, e in generale fra gli artefici delle arti belle, delle quali la poesia è animatrice e madre, c’è una segreta parentela. Il dono poetico corrisponde nell’ordine naturale a quello che nell’ordine soprannaturale è il dono profetico e mistico; nella sua esplicazione c’è l’analogo processo psicologico e tutti e due cercano la dimora più nascosta dell’anima, la punta estrema dello spirito, il centro del cuore, dove gli uni sentono la presenza di Dio e gli altri, anche se non pienamente compresa, ma sospettata e intuita, la presenza di un dono dell’“Autore della bellezza”». 30 Ivi, p. 31, §§52-53. 31 G. FRASSO, Paolo VI e Dante, in «… non fa scïenza, sanza lo ritenere, avere inteso», pp. 75-95, alle pp. 9495. 32 PAOLO VI, Lettera al Cardinal Amleto Giovanni Cicognani, in occasione del VII centenario della nascita di Dante Alighieri, 5 novembre 1965, in «… non fa scïenza, sanza lo ritenere, avere inteso», pp. 15-17, la citaz. a p. 16. 33 PAOLO VI, Discorso ai Comitati italiani ed esteri della Società Dante Alighieri, 31 gennaio 1966, in «… non fa scïenza, sanza lo ritenere, avere inteso», pp. 34-37, alle pp. 34 e 35. 34 FRASSO, Paolo VI e Dante, pp. 93-94.

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