“…e quindi uscimmo a riveder le stelle” 48 rampogne al papato, che Paolo VI non rinnega né sminuisce.20 Dante, inoltre, non solo è in grado di riconoscere «tutti i valori umani (intellettuali, morali, affettivi, culturali, civili)»,21 ma li esalta e li valorizza appieno solo nel momento del suo incontro supremo, da uomo, con Dio. La vicenda umana di Dante si pone dunque come esemplare, dal momento che il poeta «simboleggia il genere umano, e induce questo, attraverso il velo dell’allegoria continua, a riconoscere gli errori, a riprendere il dritto cammino, a illuminarsi, a purificarsi e ad aderire al Sommo Vero e al Sommo Bene».22 La Commedia si caratterizza dunque, in questo modo, come vero «tempio di sapienza e d’amore».23 Ma soprattutto, con una vigorosa apertura verso la sfera del vivere civile che risuona anche nella recentissima Lettera Apostolica di Papa Francesco, già per Paolo VI la Commedia è «il poema del miglioramento sociale nella conquista di una libertà, che è franchigia dall’asservimento del male, e che ci induce a trovare e ad amare Dio nella valorizzazione di tutti i suoi doni, nella storia e nella vita».24 Sul tema della libertà è tornato anche lo stesso Papa Francesco attraverso una serie di riferimenti a personaggi ben noti della Commedia, come l’imperatore Traiano, Buonconte da Montefeltro e Manfredi, definendola «condizione fondamentale sia delle scelte di vita sia della stessa fede»,25 concetto che verrà sviluppato anche altrove nel testo della sua Lettera Apostolica. Ma, per tornare ora all’ Altissimi cantus, un’altra importante sezione dell’opera merita a mio parere di essere messa in rilievo, ed è quella che prende spunto dalle parole dell’epitaffio del retore bolognese Giovanni del Virgilio, esplicitamente citato entro il testo.26 La riflessione sul rapporto teologia/poesia, che animò vivacemente il dibattito letterario delle prime generazioni umanistiche, viene infatti collocata da Paolo VI in posizione di rilievo entro la sua lettura del poeta, in un dialogo accorato e allo stesso tempo problematico con la cultura contemporanea, ormai fortemente segnata da un approccio laico all’esistenza e spesso incline al rischio di sterili ripiegamenti su di sé. Di qui, una presa di posizione importante, e ancora oggi di particolare interesse per chi guardi all’opera di Dante, e più in generale a ogni esito della creazione artistica, dalla prospettiva del credente: La teologia e la filosofia hanno con la bellezza un altro rapporto consistente in questo: che prestando la bellezza alla dottrina la sua veste e il suo ornamento, con la dolcezza del canto e la visibilità dell’arte figurativa e plastica, apre la strada perché i suoi preziosi insegnamenti siano comunicati a molti. Le alte disquisizioni, i sottili ragionamenti sono inaccessibili agli uomini, che sono moltitudine, essi pure famelici del pane della verità; senonché anche questi avvertono, sentono e apprezzano l’influsso della bellezza, e più facilmente per questo veicolo la verità loro brilla e li nutre. È quanto intese e fece il signore dell’altissimo canto, a cui la bellezza divenne ancella di bontà e di verità, e la bontà materia di bellezza.27 20 Ivi, p. 20, §10: «Né rincresce ricordare che la voce di Dante si alzò sferzante e severa contro più di un Pontefice Romano, ed ebbe aspre rampogne per istituzioni ecclesiastiche e per persone che della Chiesa furono ministri e rappresentanti. Noi non nasconderemo questo momento del suo spirito e questo aspetto dell’opera sua, ben sapendo da un lato quale e quanta fosse l’amarezza dell’animo suo, la quale tanta era da non risparmiare ben più acerbi rimproveri alla stessa dilettissima sua patria Firenze, e come all’arte e alla sua passione politica si possa concedere l’indulgenza, che l’ufficio di giudice e correttore, da lui assunto, gli concilia, specialmente se a falli deplorevoli si rivolge; e conoscendo, d’altro lato, come tali fieri suoi atteggiamenti non abbiano mai scosso la sua ferma fede cattolica e la sua filiale attenzione alla santa Chiesa». 21 Ivi, p. 25, §29. 22 Ivi, p. 24, §22. 23 Ivi, p. 25, §27. 24 Ivi, p. 25, §28. 25 FRANCESCO, “Candor lucis aeternae”, p. 9, §5. 26 PAOLO VI, “Altissimi cantus”, p. 27, §36: «Giovanni di Virgilio aveva preparato per il sepolcro di Dante un epitaffio che diceva: “Dante teologo, di nessuna dottrina ignaro, / che filosofia scaldi nel suo nobile seno”». 27 Ivi, pp. 31-32, §54.
RkJQdWJsaXNoZXIy NTYxOTA=