“…e quindi uscimmo a riveder le stelle” 18 Significativa è anche la domanda di Cavalcante, padre di Guido Cavalcanti: “Allor surse a la vista scoperchiata un’ombra, lungo questa, infino al mento: credo che s’era in ginocchie levata. Dintorno mi guardò, come talento avesse di veder s’altri era meco; e poi che ’l sospecciar fu tutto spento, piangendo disse: "Se per questo cieco carcere vai per altezza d’ingegno, mio figlio ov’è? e perché non è teco?". E io a lui: "Da me stesso non vegno: colui ch’attende là, per qui mi mena forse cui Guido vostro ebbe a disdegno”. (Inferno X, 52-63) Guido Cavalcanti, l’amico con cui Dante ha condiviso tante esperienze di amicizia e di cultura negli anni giovanili, è un intellettuale essenzialmente laico, poiché esclude (“ forse”, è detto attenuando un giudizio che spetta solo a Dio) ogni prospettiva di eternità, di fede dalla sua vita. Per vivere pienamente – sostiene Dante – non basta l’altezza d’ingegno, bisogna aprirsi a Dio, non disdegnare l’incontro con la grazia divina, rappresentata dalla Donna del cielo. Si allude a Beatrice, ma la mandante del piano di salvezza è sempre la Vergine Maria. Anche l’incontro con Brunetto Latini (“qual maraviglia! ” Inferno XV, 24), mette in evidenza i limiti di un maestro e di un educatore tutto chiuso nella prospettiva di una visione terrena della vita, che propone sì dei valori civili con intelligenza emotiva e tanto affetto, con la cara e buona immagine paterna, ma sempre in un orizzonte mondano, e prospetta un’eternità, una sopravvivenza creata solo dalla cultura. “Sieti raccomandato il mio Tesoro nel qual io vivo ancora e più non cheggio” (Inferno XV, 119-120). Dante sente il bisogno di raccontare al suo antico maestro la sua vicenda di smarrimento nella selva del peccato, l’apparizione di Virgilio, il ritorno a casa dopo aver visitato l’Inferno (“questo calle”, questa strada). Anche Brunetto predice a Dante l’esilio per l’ingratitudine dei fiorentini: il senso pieno del mio esilio – risponde Dante - me lo spiegherà una “donna che saprà se a Lei arrivo”. (Inferno XV, 90) Per Dante è per così dire un peccato contro natura che un maestro, un docente non sappia aprire l’animo dei suoi alunni al trascendente e si limiti ad una visione terrena della vita e della cultura, basata sulle doti umane, sulla fortuna, sulle stelle, sul destino, su un glorioso porto terreno, su una duratura fama letteraria! Scendendo ancora giù nell’abisso del male tra consiglieri di frode delle Malebolge, Dante sente il bisogno di rivolgere un consiglio a se stesso: “Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi, e più lo ’ngegno affreno ch’i’ non soglio, perché non corra che virtù nol guidi;
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