EB_...e quindi uscimmo a riveder le stelle

“…e quindi uscimmo a riveder le stelle” 17 rivelano infatti “la realtà dell’esistenza umana com’è manifesta davanti a Dio e da lui giudicata, affinché Dante vi riconosca sé stesso e trovi la salvezza. Quello che sta fuori di lui è contemporaneamente dentro di lui. Quello che sta fuori di lui, è contemporaneamente davanti a lui. Quello che, scoperto in Dio, sta davanti a lui, dice ‘Io sono te’.” (Guardini, Studi su Dante, Morcelliana 1979, pag. 22). Gli uomini dell’aldilà infernale non mentono, perché si trovano nello stato definitivo del loro essere, deciso dalle loro scelte terrene; hanno voluto liberamente costruirsi nella lontananza e nel rifiuto di Dio. Ma Dante è ancora vivo e dovrà misurare tutta l’esistenza anche nel suo aspetto negativo, per prenderne conoscenza e purificarsi dal male con un atteggiamento di umiltà e di apertura alla grazia divina. Possiamo dimostrare questa tesi, a titolo di esemplificazione, con l’analisi di alcuni personaggi dell’Inferno, con i quali Dante si confronta con umana e poetica intensità: Paolo e Francesca, Farinata e Cavalcante, padre di Guido Cavalcanti, Brunetto Latini, Ulisse, il conte Ugolino. Dante, dopo l’opposizione del giudice infernale Minosse, vinta con l’appello alla volontà divina, incontra Paolo e Francesca. Egli desidera questo incontro: “…Poeta, volentieri parlerei a quei due che ‘nsieme vanno e paion sì al vento esser leggeri”. (Inferno V, 73-74) Nel periodo giovanile anche lui aveva dato credito alle belle teorie dell’amore cortese: amore che nasce in un cuore nobile, che si riversa su una persona senza limiti e vincoli giuridici, dovuti al matrimonio, un amore che esige di essere contraccambiato ad ogni costo e che si trasforma da vagheggiamento, sogno e desiderio in una passione irresistibile. Tutta la letteratura cortese, tutti i romanzi d’avventura del ciclo di Re Artù, invitano a questo comportamento e lo giustificano. La partecipazione emotiva di Dante alle vicende dei due innamorati è fortissima: le parole di Francesca e soprattutto il pianto di Paolo fanno sì che egli svenga e cada pesantemente per terra. Il poeta comprende il suo rischio ed evidenzia che la forza dell’amore deve essere orientata verso la virtù e non essere travolta dal rifiuto di ogni legge morale. Penetrato nella città di Dite, dopo l’opposizione dei demoni stroncata dal messo celeste, Dante desidera incontrare il ghibellino Farinata degli Uberti: “La gente che per li sepolcri giace potrebbesi veder?...“ (Inferno X,7-8) Farinata fa intendere a Dante che non si può giocare la propria vita, puntando tutto sulla politica e sulla passione di parte; si può di fatto essere sconfitti, venire epurati, eliminati con l’esilio o la condanna. Questa drammatica situazione, che fa soffrire il dannato Farinata più che il tormento della sua arca infuocata, coinvolgerà anche il poeta, esule e condannato a morte in contumacia. Egli comprenderà il senso di questo suo dramma personale, aggiunge Virgilio, solo quando sarà “… davanti al dolce raggio di quella il cui bell’occhio tutto vede”. (Inferno X, 130-131). Quasi a dire che per Dante c’è un piano divino anche nell’accettare una sconfitta politica, per proporre un’ideale di giustizia che coinvolga tutta la vita civile.

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