23 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXXII - Numero 9-10 - Settembre-Ottobre 2025 me formatori e docenti, siamo chiamati a porci alcune domande fondamentali: che tipo di essere umano stiamo formando? Quali valori sottendono le nostre scelte didattiche e formative? In che modo possiamo aiutare gli studenti a orientarsi tra le promesse seducenti del potenziamento tecnologico e le esigenze profonde di significato, relazione, solidarietà? E ancora: quale ruolo attribuiamo oggi alle discipline umanistiche nella scuola, spesso sacrificate in nome della «utilità»? Come possiamo far dialogare filosofia, letteratura, arte e spiritualità con le nuove tecnologie digitali, in modo che non diventino mondi separati ma percorsi convergenti? Sono domande che non hanno risposte facili, ma che devono alimentare la nostra riflessione quotidiana e le pratiche formative nei nostri contesti scolastici. Perché l’educazione non è mai neutra: ogni scelta che facciamo, ogni parola che diciamo, ogni strumento che utilizziamo, comunica un’idea precisa di essere umano e di futuro. Nella tradizione dell’UCIIM, fondata sul personalismo cristiano e sull’incontro tra fede, cultura e pedagogia, questa consapevolezza è la radice di ogni autentico progetto educativo. In un tempo in cui l’«umano» rischia di essere messo tra parentesi, il nostro compito è più che mai quello di educare all’umano: con rigore scientifico, sì, ma anche con passione etica, con amore per la verità e con uno sguardo capace di vedere nell’altro non un individuo da migliorare, ma una persona da accompagnare. to una persona in cammino. Anche Don Milani, nella sua esperienza di Barbiana, ci ha mostrato che l’educazione è atto politico, volto a restituire voce a chi non ce l’ha. In un futuro dove le tecnologie potrebbero amplificare le disuguaglianze sociali (tra chi ha accesso ai potenziamenti tecnologici e chi ne è escluso), questo messaggio torna con forza. Le stesse disuguaglianze che rischiano di essere accentuate da un uso acritico dell’intelligenza artificiale o delle piattaforme digitali, ci obbligano a ripensare la scuola come spazio di giustizia, in cui l’innovazione tecnologica sia al servizio della persona e non viceversa. Edgar Morin, con la sua pedagogia della complessità, ci ricorda che non esiste vera conoscenza se non si tiene conto della totalità dell’umano. Educare, allora, significa accompagnare alla comprensione di sé e del mondo, promuovere una visione integrata del sapere, e formare menti capaci di discernere, non solo di eseguire. In quest’ottica, l’approccio neoumanista appare oggi più che mai necessario per bilanciare la spinta tecnocratica che caratterizza il nostro tempo. La sfida educativa Ma non si tratta di scegliere tra il transumanesimo e il neoumanesimo come se fossero due opzioni inconciliabili. La sfida educativa che ci attende è piuttosto quella di costruire un dialogo critico tra innovazione e valori, tra scienza e coscienza, tra tecnica e spiritualità. La scuola deve diventare il laboratorio in cui gli studenti imparano a convivere con la tecnologia senza perdere il contatto con la propria umanità, a pensare in modo critico senza cadere nel rifiuto del progresso, a sognare il futuro mantenendo saldo il senso della propria origine e vocazione. Per questo, co-
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