Settembre-Ottobre 2019
LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXVI - Numero 9-10 - Settembre-Ottobre 2019 6 S p i r i t u a l i t à e sarebbe eccessivo pretendervi una pace alcionica il mare è d’altronde infestato mentre i rifiuti in totale formano ondulate collinette plastiche… Chi vuole respirare a grandi zaffate la musa del nostro tempo la precarietà può passare di qui senza affrettarsi è il colpo secco quello che fa orrore non già l’evanescenza il dolce afflato del nulla… Concludo ispirandomi a Baudelaire (Cor- rispondenze): dobbiamo insegnare a rispet- tare la bellezza del creato, ma anche a captarne il mistero, a camminare in questa foresta di simboli, a considerare la terra ed i suoi spettacoli, come una visione, come una corrispondenza, che rivela un al di là delle cose. Esemplifico con una bella poesia di Ca- proni , pubblicata postuma e scritta da lui nel 1986, intitolata Alla Foce la sera. La vedevo alta sul mare. Altissima. Bella. All’infinito bella più d’ogni altra stella. Bianchissima, mi perforava l’occhio: la mente. Viva. Più viva della viva punta – acciaiata – d’un ago. Ne ignoravo il nome. Il mare mi suggeriva Maria. Era ormai la mia sola stella. Nel vago della notte, io disperso mi sorprendevo a pregare. Era la stella del mare. L’augurio è che la stella della poesia, la stella della Vergine Maria, capolavoro della creazione, brilli sempre nella nostra vita e ci perfori l’occhio e la mente. analogo aveva fatto nella Pioggia nel pineto - ed in una metamorfosi la ricrea come una donna dal viso di perla, dalle vesti aulenti e dal cinto profumato, con i suoi misteri ed i suoi segreti d’amore che si spengono nella sua pura morte. 11. Rapporto spirito umano e paesaggio: Montale, Baudelaire, Caproni Un brevissimo cenno a Montale , dapprima cantore musicalissimo del paesaggio aspro, arido ed assolato della Liguria, ma sempre affascinante, e simbolo della condizione umana, fino alle sue ultime liriche quasi pro- sastiche ed amaramente ironiche che pre- sentano una natura degradata, con la spiag- gia ligure soffocata dagli ombrelloni oppure piena di montagne di plastica, di vomiticcio, di rifiuti, per sottolineare l’attuale disprezzo della natura e delle cose, spinte ad una lenta inesorabile spirale di morte. Meriggiare pallido e assorto presso un rovente muro d’orto, ascoltare tra i pruni e gli sterpi schiocchi di merli, frusci di serpi. Nelle crepe dei suolo o su la veccia spiar le file di rosse formiche ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano a sommo di minuscole biche. Osservare tra frondi il palpitare lontano di scaglie di mare mentre si levano tremuli scricchi di cicale dai calvi picchi. E andando nel sole che abbaglia sentire con triste meraviglia com’è tutta la vita e il suo travaglio in questo seguitare una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia. Questa è una lirica del 1916, di un giova- nissimo Montale, ma in Quaderni di quattro anni, 1977 scrive AL MARE (O QUASI) …di qui non si vede nemmeno la proda se può chiamarsi così quell’ottanta per cento ceduta in uso ai bagnini
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