Settembre-Ottobre 2018
LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXV - Numero 9-10 - Settembre-Ottobre 2018 28 In ogni caso, venivamo da un periodo nel quale la competenza era considerata un «oggetto» esterno alla persona, a cui essa si doveva volente o nolente adattare per ac‐ quisirla come una propria protesi. Scavallato il millennio, tuttavia, il con‐ cetto di competenza cambiava. Diventava, facendo nuovamente ridere tanti bruchi ingenui o maliziosi, «competenza persona‐ le». Non più un «oggetto» prestabilito da aggiungere alla propria fungibile cassetta degli attrezzi, ma le qualità personali che contraddistinguevano un «soggetto unita‐ rio» e che rendevano possibile una sua continua co‐evoluzione trasformativa, emancipatoria, nell’ambiente di vita natu‐ rale, simbolico, sociale e professionale con cui interagiva. Non più qualcosa di «aggiuntivo», e magari moralmente e an‐ tropologicamente adiaforo, bensì di consu‐ stanziale alla natura e all’identità stessa della persona chiamata ad esaltare al mas‐ simo le proprie, specifiche eccellenze nel contesto storico a cui è stata chiamata a vivere. Era, quindi, la persona in sé rela‐ zionale, come ci ha insegnato una lunga tradizione antropologica, che doveva ma‐ turare le proprie competenze, riconoscersi in modo critico, libero e responsabile al meglio protagonista delle proprie scelte, impiegando a questo scopo come mezzi di autenticazione e prova di sé la Cultura, i Valori, le Istituzioni, le Imprese, le Perso‐ ne, l’Ambiente naturale e sociale con cui aveva la ventura di intrecciare realistica‐ mente la propria esistenza. Diventava chiaro, allora, il significato etimologico di competenza, da cum‐petere : camminare non da soli ma insieme con la Cultura, i Valori, le Istituzioni, le Imprese, le Persone, gli Ambienti naturali e sociali verso un traguardo che migliora sé, gli altri, il mondo che si abita nell’eseguire i compiti che si svolgono o che si desidera svolgere; tendere, con l’aiuto di altri che ci sono vici‐ ni, a risolvere i problemi personali che ur‐ gono; affrontare insieme, mai da soli, il nuovo dell’esperienza e dell’esistenza che ci arriva imprevisto tra capo e collo dal fu‐ turo prossimo o remoto. Sempre in un ap‐ prendistato reticolare di migliore umanità possibile, da dimostrare nella qualità quoti‐ diana della vita personale, culturale, socia‐ le, civile e professionale. 4. Dai precetti alle testimonianze Ora, se era la persona che diventava competente era naturale, quindi, che ogni competenza, anche la più specifica, da un lato, mobilitasse l’intero delle capacità e delle componenti della persona stessa; dall’altro, che si dimostrasse tale nel con‐ creto delle reali esperienze della vita per‐ sonale, sociale, culturale e professionale. Quindi, nell’esecuzione di compiti richiesti da altri o decisi in proprio, nell’elaborazio‐ ne di progetti personali, sociali, culturali professionali e nella risoluzione di problemi autentici, che ciascuno incontra ogni giorno nelle sfide della vita. La scuola, in questo contesto, non dove‐ va più preparare alla vita, come se non fos‐ se stata vita. Non doveva più preparare al lavoro, come se il lavoro in impresa non fos‐ se stato a tutti gli effetti anche scuola. Non doveva più preparare alla cittadinanza, co‐ me se l’esercizio della cittadinanza non fos‐ se stato anche scuola, cultura, valori quoti‐ diani vissuti con gli altri. Le «competenze trasversali» non potevano più essere cosa altra, separata, rispetto a quelle «profes‐ sionali» o «disciplinari»: l’orizzontale infatti era e doveva essere allo stesso tempo verti‐ cale e circolare. Come capita nella dinami‐ ca esistenziale di ogni persona. Il docente, quindi, non poteva più davvero insegnare se lui stesso non dimostrava «competenze per‐ sonali» in questa sua professione. Ovvio che, in questo quadro, dovesse cambiare chi, come, dove, quando e perché si potevano «valutare le competenze perso‐ nali» degli allievi e, non meno, dei docenti. Non potevano certo bastare i quiz o le carte estenuanti della burocrazia amministrativa e sindacale che proliferano in ogni momen‐ to dell’anno, non solo a fine trimestre e a fine anno. Le «competenze personali», a trecento anni dalla sua nascita e soprattutto a due‐ centocinquanta dalla pubblicazione del‐ l’ Emilio , quindi, cominciavano a celebrare la svolta tanto inutilmente quanto instanca‐ bilmente invocata da Rousseau: «la vera
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