Settembre-Ottobre-2013

ECONOMIA EUROPEA I FATTI TACIUTI E QUELLI INVENTATI (*) 5- Non è vero che l’austerità sia la causa dell’aggravarsi della crisi, e non è vero che se ne possa uscire aumentando l’indebita- mento dello Stato. La fine (per l’Europa) del keynesismo . A molti politici, economisti e media dei Paesi europei in difficoltà, pia- ce attribuire la responsabilità principale del perdurare della crisi, oltre che alla specula- zione, soprattutto alla politica dell’austeri- tà finanziaria (impegno alla riduzione del deficit di bilancio annuale e del debito pub- blico complessivo) imposta dalle Autorità europee e soprattutto dalla Germania (1). Secondo questa tesi, l’austerità costringe i governi a ridurre la spesa pubblica e/o au- mentare le tasse, imponendo sacrifici ai cit- tadini e frenando l’economia; inoltre la Bce, per evitare il rischio di inflazione (2), rifiuta la richiesta di un consistente aumen- to della massa monetaria in circolazione, impedendo la svalutazione dell’euro e ren- dendo quindi più difficile esportare (3-4). Ciò non preoccupa la Germania, la quale crea con continuità nuovi prodotti ad alta tecnologia, non soggetti alla concorrenza internazionale e quindi poco sensibili al prezzo (5), mentre danneggia la maggior parte degli altri Paesi che esportano soprat- tutto prodotti a tecnologia media o bassa, soggetti alla concorrenza e che al prezzo sono molto sensibili. Dunque sarebbero l’austerità e la difesa del valore dell’euro che danneggerebbero quasi tutti i Paesi del- l’eurozona, mentre gioverebbero soltanto ai tedeschi. I sostenitori di questa tesi affermano che i Paesi in difficoltà potrebbero riavviare l’economia e l’occupazione se la Bce stam- passe euro prestandoli ai governi, che, al prezzo di accrescere il loro indebitamento , potrebbero finanziare nuove attività e crea- re occupazione senza dover ridurre la spesa pubblica. La tesi può apparire convincente, ma non ha fondamento, perché una crescita non effimera, che aumenti durevolmente l’occupazione , esige la creazione di condi- zioni tali da favorire gli investimenti in nuove attività, attirando, dall’interno di ciascun Paese e dall’estero, i capitali pri- vati disposti a correre il rischio di impresa per realizzare profitti . Fiammate di sviluppo alimentate con ca- pitali pubblici ottenuti dai governi non ta- gliando la spesa ma aumentando il debito, nella situazione attuale verrebbero inter- pretate dalla finanza internazionale come l’ennesimo segno dell’incapacità di alcuni Paesi europei di abbandonare la vecchia strada della finanza fondata sul debito e sulla svalutazione. Come si è visto nel numero 5-6 del 2012 della rivista (a pag. 7), la situazione del- l’Europa si può sintetizzare dicendo che, per il Vecchio continente, il keynesismo è 7 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXX - Numero 9-10 - Settembre-Ottobre 2013 Federico Matteoda, Collaboratore dell’UCIIM in corsi di economia rivolti a docenti e studenti (*) Questo articolo completa quello sullo stesso argomento pubblicato nel precedente numero della rivista (1) I Paesi che non rispettano questi impegni subiscono pesanti sanzioni finanziarie. (2) Molto temuto dai tedeschi per l’ancor vivo ricordo della terribile inflazione che devastò la Germania dopo la fine della prima guerra mondiale. (3) Si veda la nota sulla svalutazione al termine del punto 5. (4) Il 7 novembre 2013 la Bce, riuscendo a superare l’opposizione della Germania, ha ridotto dallo 0,50 allo 0,25 per cento il tasso praticato per i suoi prestiti alle banche europee. Ciò produce un leggero aumento della moneta in circolazione e quindi una modesta svalutazione dell’euro, allo scopo di favorire le esportazioni europee. (5) Su ciò si veda su internet, in un lavoro sulla globalizzazione: www.uciimtorino.it > economia internazionale > globalizzazione, no global, ecc., il capitolo I, par. 3.1.

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