Settembre-Ottobre-2013
Paese che vi ricorre , perché, per riuscire a vendere all’estero, si svaluta il proprio la- voro praticando uno sconto agli stranieri, e contemporaneamente ci si rassegna a paga- re più caro ciò che si deve importare. Inol- tre se la moneta di un Paese si svaluta (o anche se soltanto appare probabile che si possa svalutare) il governo è costretto ad aumentare il tasso di interesse dei titoli di Stato di nuova emissione, perché gli acqui- renti percepiscono il rischio di essere in fu- turo rimborsati con una moneta che ha per- so valore. 6- Ridurre il carico fiscale sulle imprese, primo passo indispensabile per attrarre nuovi capitali . In relazione alla necessità di ridurre drasticamente il carico fiscale su tutte le imprese (dal piccolo negozio alla grande industria), è opportuno ricordare il concetto di total tax rate , che include tutti gli oneri, diretti e indiretti, sopportati da ciascuna impresa a vantaggio dei più diversi enti pubblici; riguardo all’Italia, compren- de, ad esempio, gli oneri sociali a carico dell’impresa per ciascun dipendente, le tas- se sugli immobili, le numerose tasse prele- vate dalle Regioni, dalle Province e da Co- muni per i più diversi motivi, le tasse sul- l’energia elettrica e sul gas che, per le im- prese, ne fanno salire il prezzo ad oltre il 20-30% in più rispetto agli altri grandi Paesi europei, gli ingenti costi sopportati per il mal funzionamento (per non dire inesisten- za) della giustizia civile, i costi per la pleto- ricità, la lentezza e l’inefficienza della bu- rocrazia, i costi sopportati per l’inadegua- tezza della rete dei trasporti, ecc. Tutti questi oneri riducono l’utile che l’impresa avrebbe potuto realizzare; sull’utile effetti- vo viene infine applicata l’imposta sul pro- fitto, che è quindi soltanto una parte del total tax rate . L’Italia detiene il record mondiale asso- luto del prelievo sugli utili potenziali delle imprese: il total tax rate è del 68,5% (oltre i due terzi dell’utile realizzato va allo Stato o ad altri enti pubblici o comunque collega- ti al pubblico!), contro, ad esempio, il 52,8 della Svezia, il 49,1 del Giappone, il 46,7 degli Stati Uniti e della Germania, il 41,6 della Norvegia, il 39,0 della Finlandia, il 38,7 della Spagna, il 37,3 della Gran Breta- gna. Sono soprattutto queste cifre che spie- gano, oltre alla fuga dei capitali, la chiusu- ra o l’emigrazione all’estero di molte im- prese italiane, e l’inarrestabile crescita della disoccupazione . Sarebbe anche necessario ridurre le tasse sui salari e sulle pensioni, per rilanciare i consumi e quindi la produzione, dovrebbe essere fatto senza accrescere il debito pub- blico e senza aumentare altre tasse , ma at- tuando le riforme indicate al punto 7. 7- Le riforme necessarie per mantenere la fiducia dei mercati finanziari e riavviare la crescita. La distinzione tra crescita del Pil e crescita dell’occupazione . Si vedrà al punto 10 che non è possibile contare su di un aiuto sufficiente e duraturo della Bce e del Fondo salva Stati, perciò l’unico modo a disposizione di un governo per ripristinare la fiducia nei propri titoli, e quindi ridurre il tasso di interesse delle nuove emissioni, è fare quelle «riforme di struttura» (spesa pubblica, stato sociale, legislazione sul la- voro, ecc.) che dimostrino a chi li acquista di essere in grado di condurre una politica economica rigorosa, finalizzata ad alcuni essenziali obiettivi: - azzerare il deficit di bilancio: lo Stato deve spendere ogni anno meno di quanto in- cassa, realizzando un attivo; - ridurre gradualmente, grazie all’attivo di bilancio, il debito pubblico (e quindi la spesa annua per interessi); - soprattutto ridurre il carico fiscale complessivo sulle imprese . Già abbiamo visto che l’unico mezzo per ridurre il deficit e contemporaneamente il carico fiscale è la riduzione della spesa pubblica , il che significa scontrarsi con tutti quelli che ne beneficiano, cittadini e imprese. Dall’inizio della crisi dell’euro (estate 2011) la parola «crescita» è onnipresente negli scritti e nei discorsi dei politici, dei sindacalisti, degli economisti e dei com- mentatori. Tutti dicono, ed è vero, che se l’economia di un Paese non cresce, la con- dizione sociale dei cittadini inevitabilmente peggiora, più o meno rapidamente. Ma po- chissimi mettono a fuoco la fondamentale distinzione tra la crescita del Pil e la cresci- ta dell’occupazione , che non vanno assolu- 9 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXX - Numero 9-10 - Settembre-Ottobre 2013
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