Settembre-Ottobre-2012

bero ai valori pre-crisi, perché essi rispec- chiano non solo il timore per l’insolvenza dei singoli Stati, ma anche, e soprattutto, quello per la tenuta dell’euro, timore che, nell’attuale assetto dell’Unione monetaria, la Bce e il Fondo salva Stati non sono in gra- do di fugare. L’euro non si salva se all’equi- librio dei bilanci non si accompagna la cre- scita economica , che esige anzitutto il con- temporaneo taglio della spesa pubblica e della pressione fiscale sulle imprese, per at- tirare nuovi investimenti (si veda il succes- sivo paragrafo). 5) Dunque le accuse alla Ger- mania, pur così diffuse, sono pri- ve di fondamen- to, ed è sempre più evidente che l’unica via d’uscita è il con- trollo centraliz- zato, preventivo e successivo , dei bilanci e delle spese, per pro- muovere la cre- scita e dare agli investitori la certezza che i diversi Paesi saranno sempre in grado di rimborsare i titoli alle scadenze. Permar- rebbe soltanto quel modesto e sopportabi- le differenziale tra il tasso dei titoli tede- schi e quello degli Paesi a rischio che c’era fino all’inizio del 2011, giusto rispecchia- mento della diversa solidità dei rispettivi sistemi economici. Naturalmente questa soluzione implicherebbe sacrifici molto pe- santi per i cittadini, ma comunque inferiori a quelli che sarebbero imposti dall’uscita. dall’euro. Ho però già segnalato il disac- cordo di una piccola minoranza di analisti su quest’ultima affermazione: essi ritengo- no che la rigorosa sorveglianza sui bilanci imposta dal controllore centrale rassicure- rebbe i mercati, ma soltanto al prezzo del- l’aumento della disoccupazione (9) (10), mentre invece il ritorno alle vecchie valu- te, grazie alla loro forte (e inevitabile) svalutazione, in ciascun Paese rilancerebbe la produzione e l’occupazione, anche se al prezzo di un drammatico e generale impo- verimento (si veda il punto 2). Non esisto- no soluzioni indolori , anche se in Italia e in tutta l’Europa prosperano i partiti politici che le promet- tono. 6) Si devono infine smentire gli argomenti, assai diffusi, che attribuiscono la superiorità eco- nomica della Germania - e quindi lo spread - soltanto ai van- taggi procurati alle imprese te- desche dal- l’Unione mone- taria, che eliminando i dazi ha loro consen- tito di moltiplicare le esportazioni nell’area europea. Questo naturalmente è vero, ma si tratta di una verità molto parziale, che non tiene conto di alcuni fondamentali dati di fatto: a) da sempre la Germania investe più di ogni altro Paese europeo nella ricerca scientifica, producendo con continuità nuo- vi brevetti (e quindi nuovi prodotti e nuovi metodi produttivi) che alimentano le sue esportazioni in tutto il mondo (11); b) negli ultimi dieci anni i tedeschi hanno 9 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXIX - Numero 9-10 - Settembre-Ottobre 2012 (9) La contraddizione tra rigore e crescita è stata esaminata nel numero 1-2-2012 della rivista, alle pagine 23-24. (10) Il taglio della spesa pubblica (ci sono meno soldi in giro, quindi l’economia frena) provoca l’aumento della disoccupazione, ma soltanto inizialmente, se viene utilizzato per la riduzione del prelievo fiscale complessivo sulle imprese , riducendone i costi di produzione e quindi accrescendone la competitività. In tal modo tornano ad aumentare le vendite nel Paese e all’estero, facendo crescere la produzione e l’occupazione. Insomma la riduzione del prelievo fiscale ha gli stessi effetti positivi della svalutazione della moneta (si veda la nota 6), ed inoltre attrae investimenti dall’interno e dall’estero , fattore decisivo per il rilancio dell’economia. (11) Su ciò si veda, nel citato lavoro su internet, il capitolo I, par. 3.1.

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