Settembre-Ottobre-Novembre-Dicembre-2016

89 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXIII - Numero 9-12 settembre-dicembre 2016 - Dossier XXV Congresso nazionale creare un grande blocco, per assicurare il pro- gresso dell’economia e del livello di vita delle popolazioni, è determinato, in sostanza, da un’analogo atteggiamento di «difesa»: l’Europa voleva «difendersi» dai giganti economici, USA, URSS o Giappone, che avrebbero indubbiamente stritolato l’economia dei singoli Stati. E non dimentichiamo che i maggiori momenti di aggregazione e le maggiori spinte verso l’uni- ficazione europea li ritroviamo proprio nei pe- riodi cruciali della «guerra fredda»: l’Europa vo- leva «difendersi» da un’eventuale aggressione dall’Oriente, che avrebbe minacciato non solo la sua integrità territoriale, ma soprattutto, le sue libertà politiche, la sua «democrazia». È quindi un sostanziale atteggiamento di di- fesa, più o meno cosciente, più o meno espres- samente affermato, più o meno benignamente strumentalizzato ai fini dell’unificazione, che ha caratterizzato questo primo trentennio. L’europeismo non è ancora forza popolare di trasformazione Ma l’Europa degli anni Ottanta può forse pen- sare di procedere ancora, nella sua unificazione, su queste basi, per quanto storicamente giustifi- cate e valide? [...] Oggi, dopo quasi quindici anni, il discorso è quanto mai attuale e pressante. «Se vogliamo, infatti, portare avanti proficuamente l’iter della trasformazione istituzionale della Comunità europea, se voglia- mo dominare «culturalmente» i nuovi processi di integrazione, se vogliamo suscitare effettivamente un movimento di base popolare che sia in grado di «costringere» i go- verni nazionali a perseguire concre- tamente l’obiettivo della Federa- zione Europea, è proprio alla scuola che dobbiamo guardare, è proprio su una politi- ca comunitaria dell’istruzione e dell’educazione che dobbiamo puntare» (10). Perché è proprio nella scuola (fin dalle prime classi elementari) che può gradualmente for- marsi una salda coscienza civica europea; è pro- prio la scuola che istituzionalmente è in grado di suscitare atteggiamenti e comportamenti signifi- cativi di comprensione verso gli altri popoli eu- ropei; sradicare pregiudizi secolari; dare co- scienza della propria «identità» regionale, non disgiunta, però, da un forte senso dei valori co- muni; fare acquisire la consapevolezza che la plurimillenaria civiltà europea si articola in tan- te «diversità» culturali e spirituali, che, nel loro insieme, costituiscono il nostro patrimonio co- mune. In che modo? [...] «L’educazione — afferma Piero Viotto in De- mocrazia e pluralismo — deve preparare i giova- ni a vivere con spirito di comprensione e di col- laborazione in una società ideologicamente divi- sa, senza venir meno alle proprie personali con- vinzioni, riconoscendo le posizioni altrui, senza per questo contraddire le proprie» (13). Certo, l’educazione alla comprensione e alla collaborazione, l’educazione alla pace, l’educa- zione all’amicizia e all’integrazione tra uomini e popoli di diversa tradizione culturale, politica e religiosa, è un compito veramente arduo per ogni educatore. È necessario, innanzi tutto, che egli ne sia pienamente convinto, poi che sappia individuare ed utilizzare vie e mezzi per il raggiungimento degli obiettivi suddetti, evitando l’indifferenza e lo scetticismo da un lato, l’acritica esaltazio- ne e il fanatismo dall’altro. Se questa può essere la metodologia, quale didattica specificamente europeistica potrebbe derivarne? Ovviamente non si può prescindere dai diver- si livelli di maturazione psicologica dell’educan- do, dai vari indirizzi culturali e scolastici, dai (10) A. F ADDA , Una politica europea dell’istruzione, in «Mezzogiorno d’Europa » , ISME, Cagliari, 1981. [...] (13) In «L'apporto...» , pag. 291.

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