Settembre-Ottobre-Novembre-Dicembre-2016

LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXIII - Numero 9-12 settembre-dicembre 2016 - Dossier XXV Congresso nazionale 58 voi rimane in Atene [...] coi fatti s’è già obbli- gato verso di noi a fare quello che gli comandia- mo». E con questo apologo Socrate rifiutò di fuggire sottraendosi a una condanna a morte evidentemente ingiusta. L’insegnamento di don Milani, però, va oltre il dettato socratico. In nome del primato della coscienza, che proprio con Socrate aveva fatto la sua comparsa nella cultura occidentale e che dal pensiero cristiano era stato enormemente approfondito ed esaltato, don Milani insegna ai ragazzi della scuola di Barbiana che lo stesso ri- spetto delle leggi trova il suo limite nel momen- to in cui esse si scontrano con il dettato di una coscienza rettamente formata. Tutta la polemi- ca con i cappellani militari in congedo, con gli ex combattenti che lo denunciarono e la lettera indirizzata ai giudici, altro non è che un lungo, articolato ragionamento per dimostrare che l’obbedienza, qualunque forma di obbedienza non costituisce un valore assoluto in sé, poiché, come ribadisce continuamente, ai suoi allievi egli insegna che non è giusto obbedire a un ordi- ne ingiusto: «Posso solo dir loro che essi dovran- no tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate» ( L’obbedienza non è più una virtù , p. 38). Ed ecco il legame inscindibile che unisce sen- so della legalità e senso politico: alle leggi rite- nute ingiuste non ci si deve limitare a disobbedi- re. Occorre impegnarsi per modificarle. Quando don Milani scriveva e insegnava, la lontananza dalla politica aveva spiegazioni di- verse da quelle che motivano oggi un analogo atteggiamento. Nei primi anni Sessanta, le ra- gioni di questa distanza che il giovane sacerdote cercava di colmare erano da riscontrare princi- palmente, come denunciava il ragazzo bocciato di Lettera a una professoressa , in una cultura individualista, la quale portava a cercare il mi- glioramento delle proprie condizioni di vita in azioni private. Oggi, a quelle motivazioni si aggiunge il di- sprezzo della politica causato dal pessimo utiliz- zo che di essa è stato fatto da molti politici che ne hanno stravolto il significato mantenendone il termine. Basta una semplice navigazione sui social per capire che, soprattutto i giovani, co- loro che sono nati probabilmente a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, hanno succhiato col latte materno il convincimento profondo che la politica sia di per sé corruzione, fino a trarre la conseguenza che essa va rigettata fintantoché non possa tornare utile ai propri personali inte- ressi. Risulta facilissimo comprendere, infatti, che l’indignazione contro quei politici che agi- scono per favorire illecitamente qualcuno non è indignazione perché questo comportamento è il- lecito e immorale, ma perché non è volto a fa- vorire colui che s’indigna. Di tanto in tanto, la scuola italiana si accorge di tutto questo. Se ne accorge il Ministro, se ne accorgono i dirigenti ministeriali, se ne accorgo- no i grandi pedagogisti (così invisi a don Milani) consulenti del Ministero. Se ne accorgono e s’illudono di porvi rimedio introducendo (o reintroducendo) insegnamenti che, di volta in volta, si ama modificare nel no- me: «Educazione civica», «Cittadinanza e Costi- tuzione»… Oppure si decide d’intervenire con Progetti sulla legalità, magari anche belli e affascinanti, che, però, della legalità fanno un problema spe- ciale e altrettanto della politica. Il modello pedagogico praticato, più che in- segnato, da don Lorenzo Milani si presenta come un radicale rivolgimento di questa impostazione: educare alla legalità e al senso politico non si- gnifica aggiungere una disciplina o un Progetto alle tante e ai tanti che si affastellano dinanzi agli occhi dei nostri alunni. Significa improntare tutta l’attività pedagogico didattica all’insegna di una formazione capace d’incidere nella storia perché capace di farne sentire ed essere prota- gonisti attivi coloro che sono affidati alla nostra responsabilità educativa.

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