Settembre-Ottobre-Novembre-Dicembre-2016
LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXIII - Numero 9-12 settembre-dicembre 2016 - Dossier XXV Congresso nazionale 56 gonisti attivi della storia, piccola o grande che sia. E il primo strumento di contatto fra l’appa- rente immobilità di Barbiana e l’altrettanto ap- parente dinamismo dell’Italia del boom econo- mico è il giornale, strumento principe dell’atti- vità didattica ed educativa nella scuola che don Lorenzo ha voluto caparbiamente nella sua pic- cola chiesa. Attraverso il giornale essi spiano il mondo, lo studiano e, all’occasione, vi interven- gono. Ed è sempre dal giornale, precisamente da «La Nazione», il quotidiano più diffuso in To- scana, che, un giorno, leggono qualcosa che non può lasciarli indifferenti. L’11 febbraio 1965, i cappellani militari in congedo della Toscana si riuniscono presso l’Isti- tuto della Sacra Famiglia a Firenze per comme- morare la firma dei patti Lateranensi, avvenuta esattamente trentasei anni prima. Al termine dell’incontro, su proposta del Presidente della sezione, don Alberto Combi, votano un ordine del giorno che, il giorno dopo, viene pubblicato sul quotidiano «La Nazione». È un breve docu- mento che, però, ha modo di esprimere, per in- ciso, che i cappellani militari in congedo «consi- derano un insulto alla patria e ai suoi caduti la cosiddetta «obiezione di coscienza» che, estra- nea al comandamento cristiano dell’amore, è espressione di viltà.» ( L’obbedienza non è più una virtù. Documenti del processo di don Mila- ni , Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 1973, p. 7). Gli ex cappellani militari decidono di fare questa precisazione perché era notizia molto di- scussa in quel momento il fatto che alcuni gio- vani che si erano rifiutati di prestare il servizio militare, allora obbligatorio, per motivi di co- scienza, erano stati tratti in arresto e reclusi nel carcere militare di Gaeta. Qualche giorno dopo, il 23 febbraio, don Mi- lani scrive una lettera ai cappellani militari che avevano sottoscritto il documento, la quale vie- ne pubblicata sulla rivista «Rinascita» il succes- sivo 6 marzo. Don Milani, a dire il vero, era già da tempo intenzionato a organizzare un incontro dei cap- pellani militari con i suoi ragazzi di Barbiana per rivolgere loro alcune domande relative all’espe- rienza che conducevano. L’incontro avrebbe do- vuto, ovviamente, essere un incontro privato, ma il comunicato pubblicato su «La Nazione» il 12 febbraio spinse don Milani a rendere pubblico quel confronto. Leggendo quella lettera si ha modo di com- prendere con particolare evidenza la prospetti- va da cui don Milani guarda tutta la vicenda. La polemica in atto, ci tiene a precisare, non può e non deve apparire uno scontro fra preti. La que- stione, cioè, non va ristretta alla domanda se sia o no ammissibile la guerra e il servizio mili- tare come suo momento preparatorio, alla luce dell’insegnamento evangelico. Si comprende, dunque, il perché egli ci tenga a precisare: «Non voglio in questa lettera riferirmi al Vangelo. È troppo facile dimostrare che Gesù era contrario alla violenza e che per sé non accettò nemmeno la legittima difesa. Mi riferirò piuttosto alla Co- stituzione. Articolo 11: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli...». Articolo 52: «La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino». Misuriamo con que- sto metro le guerre cui è stato chiamato il popo- lo italiano in un secolo di storia» ( L’obbedienza non è più una virtù , pp. 12-13). Il sacerdote don Lorenzo Milani critica la po- sizione dei suoi confratelli cappellani militari in nome della Costituzione della Repubblica italia- na. Questo è il cuore della sua lettera. E quindi, dopo aver richiamato il dettato costituzionale che ammette l’uso della guerra soltanto per mo- tivi di difesa, si dilunga in una disamina delle guerre combattute fin da quando fu fondato il Regno d’Italia, al fine di trovare un sostegno storico alla sua tesi, e cioè che nessuna delle guerre combattute a partire dal 1861 può essere considerata guerra di difesa. Ma la prospettiva appena evidenziata non è scelta da don Lorenzo soltanto all’interno del dibattito che egli va avviando con i cappellani in congedo: essa entra in quel dibattito perché è scelta strategica della sua prospettiva peda- gogica. La scuola pensata e vissuta a Barbiana ha ben chiaro un progetto politico che, non è un caso, ancora nella sua lettera ai giudici che lo proces- seranno, don Lorenzo Milani dichiarerà con pre- cisione: «Su una parete della nostra scuola c’è scritto grande “ I care ”. È il motto intraducibile dei giovani americani migliori. “Me ne importa, mi sta a cuore”. E il contrario esatto del motto fascista “Me ne frego”» ( L’obbedienza non è più una virtù , p. 34). E poi, ancora nella stessa lettera, in un capo- lavoro d’intensità e sintesi, don Lorenzo Milani individua il fine di ogni progetto pedagogico: «La scuola è diversa dall’aula del tribunale. Per voi magistrati vale solo ciò che è legge stabilita. La scuola invece siede fra il passato e il futuro e deve averli presenti entrambi. È l’arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un lato formare in loro il senso della legalità (e in questo somiglia alla vostra funzione), dall’altro la volontà di leggi migliori cioè il senso politico (e in questo si differenzia dalla vostra funzio- ne)» ( L’obbedienza non è più una virtù , p. 36). Senso della legalità e senso politico sono le
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