Settembre-Ottobre-Novembre-Dicembre-2016
51 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXIII - Numero 9-12 settembre-dicembre 2016 - Dossier XXV Congresso nazionale (Viano, 2002; Maffettone, 2006). La proposta dei valori condivisi mentre non rinuncia alla legittima tutela dei dirit- ti individuali, al tempo stesso non rinuncia neppure a identificare quegli essenziali punti di riferimento in grado di dare un senso alla vita sociale, superando la fram- mentazione delle singole appartenenze identitarie. Essi sono ricondotti ad alcune idee regolative che, sviluppate tra il XVII e il XVIII secolo intorno al principio di liber- tà, si sono gradualmente affermate nella cultura occidentale. Le opinioni in gioco e i contrasti di na- tura ideologica e politica trovano il loro li- mite nel riconoscimento di alcuni valori essenziali posti alla base stessa della con- vivenza umana come, ad esempio, quello di democrazia (Bobbio), di giustizia (Rawls), di autonomia e integrità del sog- getto (Touraine), di tolleranza e così via. Si tratta di impostazioni etico-politiche che, a vario titolo e in vario modo, sono coerenti con il principio di un progetto educativo laicamente e razionalmente fondato nell’orizzonte suggerito da John Dewey nel 1934 con il suo celebre richia- mo alla «fede comune» o, come oggi si di- ce, nell’ottica della «religione civile». È intorno a questo nucleo di valori che si è venuta delineando, per esempio, negli ul- timi decenni l’ipotesi della cittadinanza europea. Una seconda interpretazione della citta- dinanza si svolge nell’insegna del cosmo- politismo. Di fronte al dilatarsi del mondo, al meticciamento non solo delle persone, ma delle culture e delle tradizioni, insom- ma nell’era del post moderno e del relati- vismo culturale sul quale esso si basa, non ci sarebbe altra via che pensare alla convi- venza in termini di capacità di autocon- trollo personale più che di pratiche vir- tuose connesse ad un nucleo di valori civi- ci. «Stare insieme» significa percepirsi co- me identità multipla accanto ad altre identità multiple. Soltanto questo gioco di riconoscimenti reciproci, in se stesso e ne- gli altri, può fare emergere nuove idee di collettività e di cittadinanza sottratte sia al degrado di arcaiche appartenenze rigide e omologatici, sia al fascino di nuove ap- partenenze totalizzanti (Kumar, 2000; Boc- chi, Ceruti, 2004;). L’uomo del mondo globalizzato e della comunicazione totale non si sente vincola- to a una tradizione o a particolari consue- tudini. L’unico legame che sperimenta è quello del valore dell’amicizia, la manife- stazione più alta e nobile della condizione umana, si sente cittadino del mondo e si unisce in spirito di fratellanza con tutti gli altri uomini. La prospettiva di questo io errante - cittadino ovunque sperimenti l’autenticità di un’esperienza - ripropone nella cultura contemporanea l’esigenza espressa dalla cultura ellenistica di un’apertura al mondo e agli altri per meglio coltivare l’umanità in noi stessi. La possibilità di trovare solu- zioni adatte ai problemi aumenta in pro- porzione a quanto l’uomo è capace d’im- mergersi in un contesto più ampio e plura- listico. Il fatto di essere nati in una parti- colare comunità è un episodio del tutto casuale, poiché ogni essere umano sareb- be potuto nascere in qualsiasi luogo. Se ammettiamo questa verità, non possiamo permettere che le differenze di apparte- nenza etnica o di nazionalità, o perfino di genere, creino delle barriere tra gli esseri umani. In forma speculare a questa posizione stanno le tesi di quanti invece reclamano il principio della cittadinanza comunitaria e cioè «incarnata» o «situata» in una rete di pratiche sociali: l’autodeterminazione co- stituisce certamente un inviolabile diritto dell’uomo, ma può essere esercitata con efficacia soltanto all’interno dei ruoli so- ciali e non prendendo le distanze da essi. La comunità rappresenta un bene intrinse- co per tutti gli appartenenti e perciò le re- gole sociali non vengono vissute come una limitazione della libertà individuale, ma come accettazione di vincoli solidaristici che assicurano il perpetuarsi di una tradi- zione. Sandel ha scritto, ad esempio, che «insieme agli altri possiamo conoscere un bene che da soli non saremmo in grado di scoprire» (Maclntyre, 1988; Sandel, 1994). La tradizione non è solo un insieme di valori oggettivi che si tramandano di gene- razione in generazione. Essa si configura
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