Settembre-Ottobre-Novembre-Dicembre-2016

LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXIII - Numero 9-12 settembre-dicembre 2016 - Dossier XXV Congresso nazionale 32 bertà d’insegnamento e di pluralismo culturale e si sostanzia nella progettazione e nella rea- lizzazione di interventi di educazione, forma- zione e istruzione mirati allo sviluppo della persona umana, adeguati ai diversi contesti, alla domanda delle famiglie e alle caratteristi- che specifiche dei soggetti coinvolti, al fine di garantire il loro successo formativo, coerente- mente con le finalità e gli obiettivi generali del sistema di istruzione…» (art. 1). Questa definizione del senso e degli scopi dell’autono- mia scolastica è un concentrato di principi e di valori costituzionali. Difficili da comporre, ma per questo più bisognosi di riflessione e di me- diazione culturale, affettiva e pedagogica. È infatti necessario che la scuola della Re- pubblica concorra, con i suoi soggetti, i suoi ordinamenti e le sue attività d’insegnamento e di formazione, a rimuovere gli ostacoli al «pie- no sviluppo della persona umana» e all’«effet- tiva partecipazione di tutti i lavoratori all’or- ganizzazione politica economica e sociale del paese» (art. 3 Cost). L’effettiva partecipazione ad un’organizzazione cosiffatta, che coincide con la complessiva articolazione della stessa Repubblica democratica, non è possibile se le ragioni che hanno indotto i padri costituenti a sottoscrivere il patto costituzionale non vengo- no conosciute, accettate, rivissute e rielabora- te delle nuove generazioni. Alle domande «perché vado a scuola, per- ché ci insegno, perché ci mando i figli?» si può dare su questa base una risposta meno incerta e parziale di quella che solitamente danno i suoi protagonisti. Occorre però che si mediti sull’impianto costituzionale, che indica con chiarezza da un lato il committente, dall’altro il mandato affidato a chi legifera sulle scuole, a chi le amministra, a chi le fa vivere sul piano educativo e a chi le utilizza come occasione per la sua crescita personale, civica, politica e professionale. La Costituzione nella scuola e la scuola per l’attuazione della Costituzione L’intesa di allora è diventata la legge fon- damentale della Repubblica: l’alto compro- messo raggiunto non è solo un episodio che si affianchi ad altri episodi, ma è diventato la so- stanza di una Repubblica democratica il cui or- dinamento fa tutt’uno con la ratio culturale e morale che lo ha ispirato: il che non vale una tantum , ma riguarda la totalità dell’ordina- mento, colto nel suo effettivo sviluppo storico, che va dal passato al futuro. Il 1° gennaio del 1948 questa Repubblica era appena nata e la scuola, pur con alcune variazioni, era sostan- zialmente quella che formava i Figli della Lu- pa, i Balilla e gli Avanguardisti. Il cambiamento non poteva avvenire di colpo. La traduzione dei «nuovi» principi-valori in norme e comportamenti è stata lenta, fatico- sa, incerta. Più volte si è detto che la Costituzione en- trava nella scuola, con l’educazione civica, con i nuovi programmi, con la nuova scuola media, con i decreti delegati, con l’autono- mia. Il sistema democratico e il «sistema educa- tivo di istruzione e formazione», come si chia- ma oggi, sono cambiati, ma solo in parte, e non tutto è andato per il verso giusto. I disac- cordi, composti a livello costituente, ossia di principi generali, sono riemersi nella prassi po- litica, pedagogica e didattica. Certo, il sistema ha «tenuto», nonostante le contestazioni e le delusioni patite e fatte pati- re. Ma il disegno degli anni ’40 si è annebbiato nella memoria e nella coscienza di molti. Spes- so si nota anche fra i politici la non conoscen- za di quel disegno, del processo da cui è nato e delle ragioni che hanno condotto i rappre- sentanti di quasi tutte le famiglie culturali del paese a impegnarsi a condividerlo. Oggi è nei fatti più problematica di ieri la convinzione che si debbano pensare la società e le sue isti- tuzioni nella prospettiva del bene comune, e che si debba mettersi d’accordo almeno sulle linee fondamentali di questo bene comune, senza «buonismo» e senza «cattivismo». Il Ministero dell’Interno ha istituito una commissione interculturale e interreligiosa che ha prodotto un pregevole documento intitolato Carta dei valori della cittadinanza e dell’inte- grazione (giugno 2007), che presenta i valori costituzionali ai giovani immigrati. In realtà anche chi è nato sul nostro territorio da fami- glie italiane è ignaro di questi valori, e quindi è in certo senso un extracomunitario. «La scuola è aperta a tutti», recita l’art. 34. Senza limitazioni di sorta. Costa a tutti e, se prende coscienza della sua genesi e del suo va- lore, diventa la principale «produttrice» di re- pubblica democratica. Non per nulla la delin- quenza organizzata, a livello nazionale e inter- nazionale, cerca di distruggere le scuole. E non per nulla Malala Yousafzai, ferita da un giovane che voleva negare alle ragazze il diritto di fre- quentare la scuola, è stata applaudita all’As- semblea dell’ONU, per la sua lotta non violenta, ed è stata poi insignita del premio Nobel per la pace. Chiunque, anche se non è cittadino italia- no, ha diritto di frequentare la nostra scuola,

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