La Scuola e l'Uomo - n. 7-8 - Luglio-Agosto 2020

LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXVII - Numero 7-8 - Luglio-Agosto 2020 40 nante. E in effetti molti si appassionano a costruire progetti informatici su ciò che han- no studiato. Col ritorno alla normalità, disperdere questo patrimonio di entusiasmo, in parte dettato dalla novità e in parte dall’evidente svecchiamento agli occhi dei ragazzi dell’i- stituto «scuola», sarebbe un incomprensibile passo indietro. Perché, se è evidente che la relazione interpersonale è insostituibile per ragioni che trovo superfluo sottolineare, è altrettanto vero che la penna, il quaderno e il libro dei nostri ragazzi sono in realtà la CPU di un computer, di un tablet o di uno smartphone . Pensare, per esempio, che nel- le scuole d’Italia non ci sia un PC su ogni banco è qualcosa che oggi fa sembrare un ples- so scolastico un edificio del secolo scorso. E d’altra parte ciò che questa esperienza di scuola domestica mi sta insegnando è che la didattica del futuro è ufficialmente iniziata e i professori (e gli alunni) che non si adegueran- no rimarranno sempre di meno: una sorta di darwinismo digitale, che travalica il tema della didattica a distanza per arrivare al vero tema che ha messo in luce l’emer- genza sanitaria e che non potrà essere eluso dal Ministero della Pub- blica Istruzione nei prossimi anni: le nuove tecnologie sono almeno trent’anni che sono «nuove» e i linguaggi della formazione van- no aggiornati ai costumi del tempo odierno perché, se è vero che la bellezza di un can- to della Divina Commedia non dipende certo dallo strumento che utilizzo per insegnarlo, è però vero che se il docente e il discente usano lo stesso linguaggio, il primo avrà mol- ta più efficacia nel mostrare le virtù dell’o- pera dantesca. E il linguaggio dei ragazzi, che piaccia o no, si trova in Rete, in quel luogo raggiungibile solo quando, connessione permettendo, siamo tutti on line . Antonio Tieri di nuove idee e nuovi strumenti nel normale percorso formativo dei ragazzi. Infatti, a di- spetto di discorsi che si cominciavano a fare addirittura trenta anni fa (ai miei tempi…), la lezione frontale resta il perno centrale e indiscusso del modo in cui vengono ancora formati i nostri figli. Non sono certo un esperto di didattica e non ho le competenze per dire quale è il modo migliore di insegnare. Voglio però sot- tolineare come i miei figli, in queste setti- mane, hanno appreso competenze che non erano previste dal programma e che prima di questa pandemia erano impensabili. Mio figlio piccolo, quinta elementare, gira video che illustrano la storia dei Romani o la pira- mide alimentare, li monta su programmi che non conosco, li condivide con altri elaborati audio-visivi fatti dai suoi compagni, infine li presenta in streaming alla maestra. A 10 anni! Quanti di quelli che leggono queste ri- ghe sanno farlo? Una cosa ho imparato della didattica a di- stanza: i professori bravi non parlano davanti ad una telecamera e basta. In quel modo la lezione diventa non solo noiosa, ma soprat- tutto non seguita dai ragazzi: basta discon- nettere la telecamera e fanno quello che vogliono. Il professore in gamba coinvolge i ragazzi con un’infinità di strumenti multi- mediali utilizzabili in contemporanea da più utenti, così da rendere la lezione appassio-

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