Luglio-Agosto 2019

LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXVI - Numero 7-8 - Luglio-Agosto 2019 7 S p i r i t u a l i t à dipinte di mirabil primavera (Par. XXX,61-63) per poi trasformarsi in una immensa can- dida rosa, il cui cuore è ancora un mare di luce (Dio) in cui si rispecchiano i beati. E come clivo in acqua di suo imo si specchia, quasi per vedersi addorno, quando è nel verde e ne’ fioretti opimo,  sì, soprastando al lume intorno intorno, vidi specchiarsi in più di mille soglie quanto di noi là sù fatto ha ritorno (Par. XXX, 109-115) In breve il Petrarca fa del paesaggio lo sfondo per le sue malinconia o per la bellez- za di Laura, o per l’atmosfera che l’avvolge (l’aura) o per un sogno di poesia e di gloria poetica (lauro, laurea): Solo et pensoso i piú deserti campi vo mesurando a passi tardi et lenti… sì ch’io mi credo omai che monti et piagge et fiumi et selve sappian di che tempre sia la mia vita, ch’è celata altrui. (Canzoniere XXXV) Laura è solitamente immersa nella na- tura: Chiare, fresche e dolci acque, ove le belle membra pose colei che sola a me par donna; gentil ramo ove piacque (con sospir’ mi rimembra) a lei di fare al bel fianco colonna; erba e fior’ che la gonna leggiadra ricoverse co l’angelico seno; aere sacro, sereno, ove Amor co’ begli occhi il cor m’aperse: date udïenza insieme a le dolenti mie parole estreme. (Canzoniere CXXVI) Nel Decameron del Boccaccio il paesaggio descritto nella cornice è funzionale alla rico- struzione di un mondo devastato dalla peste e cosificato senza più valori morali, sociali e religiosi: i giovani al contrario si ritrovano in una natura armoniosa, ordinata dalla mano dell’uomo, ricca di giardini e di vegetazio- ne con i suoi vialetti, i suoi prati ed il suo palazzo, con le sue gerarchie sociali, con i suoi riti di purificazione, di cura del corpo, di rispetto alla religione. pute la terra che questo riceve. (Inf. VI,7-12) ed i suicidi si trasformano in una selva contorta ed avvelenata Non fronda verde, ma di color fosco; non rami schietti, ma nodosi e ‘nvolti; non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco. (Inf. XI,4-6). Un orribile ed infuocato sabbione senza alcun segno di vita vegetale accoglie immo- bili i peccatori contro Dio (bestemmiatori), quelli contro natura (sodomiti) che corrono sotto la pioggia del fuoco, quelli contro l’ar- te (usurai) seduti mentre tentano inutilmen- te di difendersi con le mani dai fiocchi infuo- cati (cfr. Inferno XIV-XVII). Ma se ci convertiamo e risorgiamo a nuo- va vita (Purgatorio), anche la natura si tra- sforma: Dolce color d’oriental zaffiro, che s’accoglieva nel sereno aspetto del mezzo, puro infino al primo giro, a li occhi miei ricominciò diletto,  tosto ch’io usci’ fuor de l’aura morta che m’avea contristati li occhi e ‘l petto. Lo bel pianeto che d’amar conforta faceva tutto rider l’oriente, velando i Pesci ch’erano in sua scorta. (Purg. I,13-21) L’alba vinceva l’ora mattutina che fuggia innanzi, sì che di lontano conobbi il tremolar de la marina. (Purg. I,115-117) Nel paradiso tutto è luce ed anche la natura, presa come punto di riferimento in tanti paragoni, diventa paradisiaca: le ac- que sono nitide e tranquille, i fiumi mor- morano e scendono chiari giù di pietra in pietra, l’allodoletta spazia libera nell’aria prima cantando, poi tace contenta per la dolcezza della sua melodia, l’uccellino tra le amate fronde è posato accanto al nido dei suoi dolci nati ed attende l’alba per nutrire i suoi piccoli, i raggi del sole filtrano puri tra le nubi ed illuminano i prati fioriti, nei ple- niluni sereni Trivia (la luna) ride fra le ninfe eterne (le stelle), tutto il paradiso appare prima come lume in forma di rivera fulvido di fulgore, intra due rive

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