Luglio-Agosto 2018
Caterina Spezzano, Dirigente tecnico MIUR Un atto coerente isolato è la più grande incoerenza. Lorenzo Milani Lavoro e bottega: workshop Laboratorio, traduzione letterale di wor- kshop , evoca l’immagine di una fucina, di un luogo – fisico o figurativo – dove qualcosa prende forma, si genera; dove l’incontro produce; dove i ruoli si intrecciano e la con- versazione fa rima con azione; dove rimbal- za la contaminazione; dove la volontà di protagonismo del singolo accoglie la condi- visione, il co-protagonismo, il dire-fare- pensare insieme. Il workshop è pratica democratica della conoscenza, risponde a vecchi e nuovi para- digmi di formazione e sviluppo professiona- le, sussume il mantra che vuole il supera- mento dell’egemonia della lezione frontale, che trasmette saperi, per proporre ambienti formativi che maturano competenze. Le caratteristiche formali del workshop come modello formativo rimandano quindi a circoli di partecipanti attivi, che avviano di- scussioni, confronti; propongono percorsi, idee e possibili soluzioni affiancati da esperti pluridisciplinari che guidano la ri- cerca condivisa di strategie, stimolano l’analisi, il dialogo senza imporre vision o artifici dati, favorendo la messa in comune dei pensieri, assecondando la co-costruzio- ne della conoscenza e l’elaborazione parte- cipata del prodotto, materiale o immateria- le che sia. Lo scopo del workshop è porsi come stra- tegia efficace di marketing di processi in cui gli attori si assestano in una cornice teo- rica multidimensionale che accresce compe- tenze in un contesto di interazione sociale. Investe dunque nuovi modelli di insegna- mento e di apprendimento ed è magistral- mente allineato con i risultati delle ultime ricerche (OCSE – Parigi 2014) volte ad evi- denziare che tra i fattori di successo forma- tivo, un ruolo centrale è rivestito dal mi- glioramento della qualità della didattica, che dipende fortemente dalla capacità di responsabilizzare e di coinvolgere gli stu- denti: insegnamento student-centered . Di fatto si tratta di rileggere il processo di apprendimento – insegnamento dalla par- te di chi è impegnato a ottenere il successo formativo: lo studente. Ciò impone una ri- flessione sull’impalcatura teorica cha dà so- stegno alle scelte metodologiche e didatti- che. Riflessione che corre come prescrittiva se lo scenario prevalente è liquido , con orizzonti euristici, continuamente fuggevo- li, caleidoscopici. Scenari prodotti delle macro-rivoluzioni degli ultimi decenni acquisite come sciami migratori, intese globalizzanti, impero della rete, multiculturalità, modelli di vita inso- stenibili e delle micro-rivoluzioni come la solitudine di fronte allo schermo, la molti- tudine dei desideri, l’autostima I like , la soggettività imperante. Sono caduti i confini geografici, del tem- po e dello spazio, i confini della lingua e della cultura per essere sostituiti da confini ben più invalicabili, i confini immateriali della conoscenza distribuita. Una conoscen- za esposta ma rischiosa se esplorata senza le opportune chiavi di interpretazione, sen- za l’esercizio di un pensiero critico e creati- vo che solo un sistema di formazione consa- pevole può offrire: per operare nel mondo (anziché essere da questo manipolati) oc- corre conoscere come il mondo opera (Bau- man Z., trad. it. Modernità liquida , Laterza 2002). L’interpretazione del mondo che meglio interfaccia con le nostre premesse di vision formativa è offerta da E. Morin che, nel 19 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXV - Numero 7-8 Luglio-Agosto 2018 PERCHÉ IL LABORATORIO NELLA FORMAZIONE
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