Luglio-Agosto 2017
LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXIV - Numero 7-8 - Luglio-Agosto 2017 2 E d i t o r i a l e fondo di mio figlio... Se non si comprenderà realmente il sacerdote che don Lorenzo è stato, difficilmente si potrà capire di lui anche tutto il resto ». Il suo essere prete aveva una radice an- cora più profonda: la sua fede. Voleva sal- varsi e salvare, ad ogni costo. Trasparente e duro come un diamante, la scuola e la sua missione di insegnante erano un modo di tra- durre nella realtà quotidiana le parole del Vangelo, le parole a noi così care di Gesù Maestro. Scrive Nosengo nei suoi «Diari» il 31 otto- bre 1967: « Alla TV in “Cordialmente” si tra- smette una intervista con genitori, professori e alunni sul libro dei ragazzi di don Milani di Barbiana. Don Milani ha parlato così a milioni di italiani. Il seme morto sotto terra vive». E noi come ci insegna il Vangelo, continueremo a farlo vivere anche con le ini- ziative che l’UCIIM metterà in campo per ri- cordare l’ I care e le esortazioni del nostro Priore di Barbiana. L’UCIIM si è sempre occupata di compren- dere a fondo il pensiero di don Milani e le sue implicazioni, come testimonia l’articolo di Giovanni Gozzer, qui riportato, pubblicato ne «La Scuola e l’Uomo», anno XXIV, n. 8-9 Ago- sto-Settembre 1967, poco dopo la sua morte. Gentili Colleghe, la lettera in cui, qualificandovi come «due laureate della Università di Bologna», (e capisco perfettamente il significato della precisazione) nonché prossime ad entrare nei ruoli della scuola media, mi chiedete la mia opinione sul libro sui ragazzi di Barbiana, mi induce a rac- cogliere alcune riflessioni (e le mie implicite risposte) in una lettera che invio, per tramite vostro, a tutti quei colleghi cui ci lega consuetudine oramai lunga di incontri e di contatti. Esporrò quindi il mio pensiero con franchezza talvolta impietosa, senza toni apologetici ma anche senza inutile e ipocrite retoriche. Ho letto il libro di questi ragazzi negli stessi giorni in cui mi è venuto sottomano il contro- verso «rapporto Moynihan», pubblicato in America qualche anno fa. Allora il professore Moy- nihan, un esperto di problemi sociali, urbanistici e antropologici, era sottosegretario di Stato al Lavoro, negli Stati Uniti; il suo rapporto si fissava sul tema delle condizioni della famiglia e della istruzione negli ambienti meno favoriti del suo Paese. I risultati di tale ricerca furono assai preoccupanti: i ragazzi poveri e meno favoriti ( di- sadvantaged ) e i negri in particolare, diceva il rapporto, non si trovano nelle stesse condizioni dei loro compagni: la mancanza di istruzione, intesa non come astratta eguaglianza di offerte, né come eguaglianza di norme giuridiche, ma come concreta possibilità di sviluppo, accentua, non riduce il divario tra i gruppi sociali, come il benessere della società affluente accentua il distacco fra popoli arretrati e gruppi avanzati: la diversità si trasferisce nel lavoro, nella vita, negli ambienti umani, nel costume, nell’apatia, nel ghetto. Una volta tutto finiva nella rassegnazione; ma oggi, in un mondo dominato dai mezzi della comunicazione (e qui cade a proposito il messaggio di Mc Luhan) subentra prima la dispera- zione, poi la rabbia, infine la violenza. Un atto di accusa al nostro Sistema formativo Perché questa lunga e, direte voi digressiva introduzione? Semplicemente perché leggendo Lettera a due professoresse
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