Luglio-Agosto 2017
LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXIV - Numero 7-8 - Luglio-Agosto 2017 36 ALTERNANZA SCUOLA-LAVORO: OPPORTUNITÀ O MOLESTIA BUROCRATICA? Aldo Tropea, coordinatore Rete Regionale Lombarda ASL/IFS L’alternanza scuola-lavoro: di cosa stiamo parlando? Il pubblico che legge queste righe è sicu- ramente ben a conoscenza dei riferimenti normativi che stanno a monte del percorso didattico che va sotto il nome di «alternan- za scuola-lavoro», ma io credo che non sia male ricordare alcune delle premesse che sono a mio parere fondanti di ogni discorso sull’argomento. L’Italia è infatti un buffo paese in cui la discussione si svolge spesso «a prescindere» dall’oggetto reale di cui si discute, particolarmente in un settore come la scuola, dove le esperienze si consumano e si «superano» senza averle effettivamente praticate. Allora, cominciamo con il ricordare che la legge 53/ 2003 (son passati la bellezza di quattordici anni…) definiva l’alternanza scuola-lavoro come una «modalità di realiz- zazione del percorso formativo progettata, attuata e valutata dall’istituzione scolasti- ca e formativa in collaborazione con le im- prese, con le rispettive associazioni di rap- presentanza e con le camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura, che as- sicuri ai giovani, oltre alla conoscenza di base, l’acquisizione di competenze spendi- bili nel mercato del lavoro ». Ciò significa in primo luogo che stiamo parlando di didattica, ossia di apprendimen- to, e non di un percorso collaterale, in qualche modo periferico, come potevano essere considerati i vecchi e pur utilissimi «stage». Non si tratta qui, infatti, di mette- re in pratica conoscenze teoriche già acqui- site, ma di conquistarne nuove nate dalla collaborazione tra un contesto tecnologico- organizzativo reale e la riflessione che le assume e le sviluppa in ambito scolastico. Da questo punto di vista, sarebbe forse ne- cessario sottolineare maggiormente gli aspetti di continuità tra scuola e lavoro e in ogni caso di non considerare i due piani co- me pure successioni temporali. Certo, se si pensa al lavoro come a una sorta di condanna e alla scuola come a ciò che è libero proprio perché ne è esente c’è un problema di fondo. Scriveva una profes- soressa milanese in una lettera a «Repubbli- ca» pubblicata il 27 ottobre 2016: « La paro- la scuola deriva dal greco antico, lingua nella quale significa «tempo libero», ovve- ro «senza lavoro». Una grande conquista la scuola pubblica per tutti, ove imparare a comprendere la realtà, la storia, la scienza o la letteratura, ove praticare attività gin- nica, senza la necessità del lavoro. Con tale visione, i licei italiani furono progettati co- me estremamente impegnativi. L’obbligo per gli studenti di frequentare per duecen- to ore nel triennio un’attività lavorativa o ad essa assimilabile li priva del diritto alla scholè, al tempo libero dal lavoro, conqui- stato nei secoli». Se la si pensa così, il discorso è chiuso, e d’altra parte la nostra scuola secondaria su- periore, di stampo gentiliano anche al di fuori dei licei, presenta un impianto che traduce tale premessa in una rigida e quasi insuperabile gabbia organizzativa di tipo unicamente disciplinare. Del resto, quella costruzione non è affatto incoerente ed ha funzionato tutto sommato bene per lunghi decenni: fino a quando non è stata travolta dalla scolarizzazione di massa prima e dai nuovi strumenti multimediali di comunica- zione dopo, che hanno posto per i nostri giovani una drammatica questione di «sen- so» della formazione. La costruzione di un sapere solo ed esclusivamente disciplinare-teorico si scon- tra così, prima ancora che con le esigenze del mondo del lavoro (che pure non possia- mo ignorare), con la domanda dei nostri ra-
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