Luglio-Agosto-2016

LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXIII - Numero 7-8 - Luglio-Agosto 2016 18 «nostra» pedagogia, è un loro diritto poter ripartire proprio da qui: tornare a scoprire, a gustare, a dimostrare che le fonti non so- no inaridite; soprattutto spiegare, dimostra- re, esplicitare, non limitarsi a mostrare. 4. Gli errori dell’educazione contemporanea. Ci si permetta, allora, di provare questo assunto ripercorrendo con Maritain (1963) un siffatto ritorno alle fonti di una tradizio- ne europea che sembra ormai obliata dai più. E facciamolo confrontando quanto egli ritrovava di critico, da un punto di vista fi- losofico e civile, con i tratti dell’educazione anche a noi più prossima. Il primo errore è rappresentato dal di- sconoscimento dei fini . È una critica al pan- didatticismo, al formalismo degli schemi di programmazione didattica buoni a tutti gli alibi, una critica al tecnicismo «fai da te», ad uno sperimentalismo pratico che diviene tanto esperto nelle tecniche di analisi quan- to immemore della costante necessità di mettere a prova le ipotesi educative di rife- rimento da divenire saccente (3). Per quan- to ancora potremo tollerare il sistematico becero slittamento di significati a cui il les- sico della ricerca pedagogica ed educativa viene quotidianamente sottoposto? Fino a quando potremo consentire la sistematica banalizzazione dei fini, in nome della tacita convinzione circa una loro indifferente equipollenza? Il secondo errore: la cacofonia dei fini . Può l’educazione limitarsi entro il ridotto dell’aula scolastica? Può l’educazione esse- re agnostica rispetto ai propri stessi fini? Se scopo fondamentale dell’educazione è quel- lo di «guidare l’uomo nello sviluppo dinami- co durante il quale egli si forma in quanto persona umana» ( Ibidem , 25) allora la sa- ne contemporanea mi è venuto da riflettere a quanto abbiamo dovuto girovagare per i sentieri impervi di micro-ricerche e distra- zioni quotidiane per ritrovarvi oggi conclu- sioni a cui, dopo di lui, molti a noi contem- poranei sono giunti in forma magari detta- gliata ma senza riuscire a produrre prospet- tive di senso e di valore. Mi è venuto anche di pensare a come sia Maritain che Dewey siano stati oggetto di diatribe contrapposte e di steccati, e di come ai nostri giovani spesso continuiamo ad offrire solo interpre- tazioni, ovvero - nel migliore dei casi - i ri- sultati della critica storiografica sugli auto- ri. Di certo non abbiamo più trasmesso il senso storico di una loro collocazione e di un loro pensiero, perché non abbiamo salva- guardato i classici dalla furia iconoclasta delle mode, delle ideologie, delle semplifi- cazioni di ogni tipo. E dunque sarebbe già un primo buon passo se dicessimo ai giovani che prima delle nostre parole, attraverso la (3) « Se i mezzi sono voluti e studiati per amore della loro propria perfezione - e non soltanto come mezzi - in questa precisa misura cessano di condurre al fine e l’arte perde la sua forza pratica: la sua vitale efficienza è sostituita da un processo di moltiplicazione all’infinito, perché ogni mezzo si sviluppa per se stesso e prende per se stesso un campo sempre più esteso. Questo primato dei mezzi sul fine e il conseguente crollo di ogni fi- nalità certa e di ogni vera efficacia nel realizzarla, sembra sia il principale rimprovero che si possa rivolgere al- l’educazione contemporanea... Il perfezionamento scientifico dei mezzi e dei metodi pedagogici è in se stesso un progresso evidente, ma quanto più acquista importanza tanto più richiede un parallelo rafforzamento della sapienza pratica e della tensione dinamica verso il fine da raggiungere» J. Maritain, L’educazione al bivio , Bre- scia, 1963)

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