Luglio-Agosto-2015
uscire dalle proprie chiusure e dai propri pregiudizi. L’incontro con lo straniero, con chi è portatore di una cultura diversa, tiene viva l’estraneità e l’alterità che è nel cuore di me stesso, che è il luogo in cui possiamo av- vertirci come dono per noi stessi e per gli altri. Il fratello migrante mi ricorda che i miei padri sono stati migranti e che io stes- so sono migrante, in cammino, bisognoso degli altri, in fondo senza dimora definitiva, senza la possibilità di un potere assoluto sulla mia casa, sulla mia terra, sulla mia stessa vita. Il senso del vivere è, in fondo, nel migrare, nell’uscire da se stessi, nell’es- sere ospitali, nel saper chiedere ospitalità, nel saper ricevere, nell’essere se stessi per il dono e la grazia che passa dagli altri. Un’educazione che sa aprire al senso cri- tico e alla vera libertà, e che soprattutto si nutre di una sana antropologia dell’incon- tro, può aiutare il cammino. È un cammino lungo, che però può basarsi sui tanti segni di solidarietà e responsabilità che fortuna- tamente ci sono e che si moltiplicano pro- prio nel tempo dell’emergenza. È parados- sale: proprio quando l’individualismo sem- brerebbe travolgerci, emerge più forte la capacità di solidarietà e l’istanza di vivere la nostra umanità nel segno dell’incontro. Tale istanza, d’altra parte, prima che esse- re etica e culturale, è istanza umana scritta nel cuore di ciascuno. E ciò che è scritto, per quando si cerchi di tacitarlo facendo gli indifferenti, rimane indelebile, agisce nel profondo del cuore. Magari comincia ad af- fiorare proprio quando si prova vergogna. La sincerità dell’esposizione Una pagina della Scrittura è emblemati- ca. È quella in cui, per la prima volta, emerge il senso della vergogna. Adamo ed Eva, dopo il peccato, coprono la loro nudità e tentano di sottrarsi allo sguardo di Dio (Gen 3, 7-8). Si vergognano di se stessi e si vergognano di presentarsi dinanzi a Dio. È vergogna di disubbidienza, di tradimento di fiducia, di delusione nei confronti di se stessi. Come superare la vergogna? Nella menta- lità cristiana ciò è possibile riconoscendo le proprie responsabilità (le proprie colpe, il peccato) e aprendosi sinceramente alla mi- sericordia di Dio, lasciandosi amare. Ciò im- plica il coraggio dell’esposizione, con le proprie ferite, con i propri errori. L’esposizione è sincerità , ed è allo stesso tempo esposizione agli altri, a Dio e a se stessi. Di fronte a chi soffre, tanti ragiona- menti sono come dei vestiti che ci mettia- mo addosso per la difficoltà di esporci . Il coraggio di esporci di fronte al migrante, al- lo straniero, di fronte a chiunque altro ha bisogno, rispondendogli in qualche modo, ci apre anche alla verità di noi stessi, fa emer- gere l’umanità di noi stessi; ci apre anche a Dio, liberandoci dalla paura di incontrarlo. È come se il migrante, lo straniero, ci portasse un dono. Non è forse vero che in questo nostro tempo, nelle vicende che vi- viamo, e soprattutto nelle contraddizioni umane legate al fenomeno migratorio, si na- sconde un richiamo a costruire una cultura e un’antropologia del dono, dell’incontro, del legame di responsabilità che ci lega? È utopico pensare in questo modo? Im- possibile? Ma l’educazione non deve nutrirsi di utopia? Non deve osare ciò che sembre- rebbe impossibile? p. Salvatore Currò 7 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXII - Numero 7-8 - Luglio-Agosto 2015 S p i r i t u a l i t à
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