Luglio-Agosto-2015
fessionali, valorizzando la «pluralità delle intelligenze». Sono dunque la qualità e l’organizzazio- ne della didattica il valore aggiunto che evi- ta la discriminazione tra le condizioni socia- li e dell’apprendimento, sostenute da una forte azione di orientamento. Dall’ultimo monitoraggio nazionale (2011) si vedono in crescita le domande per un percorso triennale in entrambi i sistemi: statale e regionale. Il canale statale prose- gue fino al quinto anno con il diploma di istituto professionale, ed anche quello re- gionale termina con un diploma al quarto in linea con l’EQF. L’uscita a 18 anni, attraver- so il diploma regionale, oltre ad essere equivalente all’uscita statale a 19, affronta un altro dibattito in atto nel nostro Paese cioè il termine di tutto il secondo ciclo a 18 anni. Da qui si può accedere direttamente ai percorsi superiori IFTS, ma non all’uni- versità. La recente riforma vede negli Isti- tuti Tecnici Superiori, oltre alla loro specifi- ca finalità, lo snodo per parificare i due ca- nali quello statale e quello regionale ad un percorso quinquennale, e per prevedere crediti nel passaggio all’università. Secondo la citata indagine sembra che il percorso negli istituti professionali sia trop- po teorico e impegnativo, mentre i corsi re- gionali sono più richiesti anche dagli stu- denti in uscita dalla scuola di primo grado come prima scelta, ma per questi ci sono meno risorse per rispondere alla domanda. Il nuovo canale istruzione e formazione professionale, indicato dalla Costituzione, è composto da percorsi forniti in modo sepa- rato dagli istituti professionali di stato quin- quennali, che faticano ad adattarsi alla sempre più richiesta qualifica triennale e dai centri di formazione professionale, prevalentemente triennali: pochi infatti sono giunti al quarto anno. Far quadrare questo rapporto è molto complicato e si ripercuote in maniera molto diversa sul successo formativo dei giovani già a forte ri- schio di dispersione. Il passaggio al quarto anno di un istituto professio- nale quinquennale ha difficoltà a mantenere la propria identità, posto tra un istituto tecnico e la formazio- ne professionale quadriennale. L’uscita verso l’apprendistato a 15 anni, pur possibile, non ha un significativo ri- scontro. Istruzione e formazione professionale: un nuovo contenitore non può ospitare un vec- chio contenuto; una didattica più moderna va ad infrangersi però contro un esame anti- quato e legato ad una somma di conoscenze. La riforma costituzionale ribadisce il principio di una congiunzione tra istruzione e formazione professionale: è matura la possibilità di un intervento che superi il dualismo tra stato e regioni, con un’atten- zione particolare agli accreditamenti di strutture private, associative o delle cate- gorie produttive. Dalla Costituzione un indirizzo alla politi- ca di dirimere finalmente la questione di un unico governo del settore, quello regionale, con un’azione di coordinamento e di vigilan- za sui risultati da parte dello Stato. Una leg- ge nazionale nel settore, come quella an- nunciata, ci riporta verso il centralismo sta- tale e rischia di spingere l’attuale formazio- ne professionale verso il mondo del lavoro. È noto che il regionalismo spinto ha por- tato frammentazione e difficoltà di comuni- cazione tra i sistemi regionali anche rispet- to alle indicazioni europee. Un federalismo equilibrato necessita di una camera delle regioni; c’è bisogno di una regolazione com- plessiva del sistema nazionale senza tornare al centralismo ministeriale. Se da un lato istruzione e formazione possono arricchirsi reciprocamente, dall’al- tro le diverse governance dei due sistemi si intralciano a vicenda incidendo negativa- mente sul successo formativo. 36 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXII - Numero 7-8 - Luglio-Agosto 2015
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