Luglio-Agosto-2015
25 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXII - Numero 7-8 - Luglio-Agosto 2015 « not employment, education and training », ossia giovani che, finiti gli studi, non hanno lavoro, e spesso neppure lo cercano) è pari al 28%, ma risulta superiore al 38% per l’Ita- lia ed ancora di più per la Spagna, mentre è molto inferiore nel caso dei paesi anglosas- soni (USA 16%, UK 18,5%). Lo spostamento in avanti dell’ingresso nella vita attiva, quella in cui si manifesta la completa indipendenza economica della persona, avviene essenzialmente tramite l’allungamento del periodo degli studi. Ciò corrisponde alla teoria del capitale umano che considera la formazione come un investimento mirante al perseguimento di ruoli dotati di valore e al vantaggio red- dituale rispetto alla componente di popola- zione meno scolarizzata (3). Al contrario di quanto previsto da tale teoria, tuttavia, il prolungamento degli stu- di spesso si associa ad una maggiore diffi- coltà di ingresso nel mondo del lavoro, non solo perché in tal modo si posticipa tale passaggio e si prolunga e intensifica la di- pendenza economica dalla famiglia o dai servizi del welfare, ma anche perché il si- stema di accesso alle professioni desiderate risulta problematico a causa di carenza di domanda rispetto all’offerta ed è sottopo- sto all’alea della precarietà ed a pratiche di vero e proprio sfruttamento, come nel caso dei cosiddetti stage , tramite cui in buona parte si estorce ai giovani lavoro senza al- cun contratto in assenza di retribuzione ed investimento nel futuro (4). Ciò vale soprattutto per i titoli di studio meno appetibili in termini di occupazione, poiché i giovani con studi scientifici, tecno- logici ed economici presentano in genere an- che nel breve e medio periodo maggiori pos- sibilità di lavoro e percorsi di ingresso mag- giormente tutelati dal punto di vista legale, economico e di qualificazione effettiva. La spiegazione della segregazione giova- nile da ruoli lavorativi reali e riconosciuti ri- chiama da un lato la persistenza di una di- soccupazione strutturale già rilevante nel periodo pre-crisi ed accentuata dal proces- so di recessione in atto, dall’altro le carat- teristiche dei nuovi posti di lavoro offerti che richiedono in gran parte competenze tecniche e professionali, oltre che nuove forme d’ingresso nel mercato che hanno vi- sto una moltiplicazione di tipologie non a tempo indeterminato. Inoltre, va citata la struttura del nostro welfare che, in tema di lavoro, mira a tute- lare essenzialmente i lavoratori occupati con contratto a tempo indeterminato, collocati nelle medio-grandi imprese e nella pubblica amministrazione, mentre non sono mai state adottate (se non con modalità e dimensioni trascurabili) vere e proprie politiche di tute- la dei giovani e di accompagnamento al pri- mo inserimento lavorativo. Si spiega in tal modo la polarizzazione del mercato del lavo- ro tra la componente degli insiders , cioè co- loro che sono già inseriti in modo stabile in un’occupazione, e quella degli outsiders co- stituita da disoccupati, inattivi e giovani in cerca di prima occupazione. Ma i fenomeni indicati come causa del- l’esclusione giovanile sono a loro volta il ri- flesso di una cultura che si è fatta strada in corrispondenza con l’aumento dei ceti so- ciali benestanti – o comunque di coloro che aspirano ad essere tali (5); questa cultura (3) B ECKER G.S., Human Capital , Columbia University Press, 2nd ed. New York, 1975. (4) Cfr. ad esempio V OLTOLINA E., La Repubblica degli stagisti. Come non farsi sfruttare , Editori Laterza 2010 e il sito www.repubblicadeglistagisti.it . (5) Si veda la teoria di « deriva signorile » proposta da Luca Ricolfi, ad indicare «una società in cui un vasto ceto medio si è abituato a standard di vita che è sempre meno in grado di mantenere» (RICOLFI L, L’enigma della crescita , Mondadori 2014, p. 162).
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