Luglio-Agosto-2014

QUANDO STUDIARE DIVENTA UN PIACERE Francesca Napolitano, Esperta e Formatrice « A che serve studiare ?» è una doman- da che molti ragazzi, specie nella scuola secondaria di primo e se- condo grado, si pongono e che denota il poco piacere nello svolgere tale attività. La rispo- sta più frequente degli adulti è: « Vedrai, ti servirà nella vita! ». Una risposta che, di soli- to, non sortisce un effetto motivazionale. In verità, lo studio è un’attività che viene spesso percepita dagli studenti come obbliga- toria, ovvero essi si sentono costretti ad an- dare a scuola e raggiungere almeno la suffi- cienza per sperare di passare l’anno. Inoltre, si osserva che la maggior parte degli studenti sono motivati dal voto, dal concludere il pri- ma possibile, dall’ottenere l’approvazione dei genitori o un regalo per la promozione. Da questo si evince che molti degli studenti non vedono nello studiare e nello stare a scuola delle opportunità per la loro crescita. Le condizioni sociali generali, come l’alto tasso di disoccupazione giovanile, le difficol- tà economiche, il fenomeno dell’omologa- zione culturale, offrono orientamenti che non promuovono il valore dello studio e l’importanza di costruire un bagaglio signifi- cativo di conoscenze e abilità maturate a scuola. Questo sembra portare ad una pro- gressiva demotivazione verso l’agire e l’im- pegnarsi nello studio da parte degli studen- ti, che frequentemente scelgono come mo- delli da imitare ed emulare calciatori, veli- ne o «tronisti», che a loro parere incarnano il sogno del guadagno facile, del non pensa- re, del non assumersi responsabilità, del non fare cose impegnative, del curare l’apparen- za piuttosto che la sostanza, della scorciato- ia a tutti i costi. D’altronde non sembrano alla loro portata altri tipi di modelli basati sui valori del sacrificio, del merito, della re- sponsabilità, i quali non sono pubblicizzati e promossi sui mezzi di comunicazione che i giovani frequentano e utilizzano. Dunque, dal loro punto di vista appare legittima la domanda: « Studiare a che serve?» . Studiare presuppone che ci sia, un impe- gno metodico, costante e organizzato e l’utilizzo di strategie di apprendimento per integrare, riorganizzare e richiamare le in- formazioni e quindi comprendere e ricorda- re la disciplina o l’argomento studiato. Non è così scontato che l’impegno profuso e le strategie adottate dagli studenti portino re- almente a dei risultati efficaci e soprattutto che rendano lo studio, un piacere. Quando, dunque, lo studio può diventarlo? È difficile definirlo in maniera chiara, esso è influen- zato da molte variabili: 1) le caratteristiche dello studente , la sua sensibilità, le sue conoscenze previe, le sue capacità attentive, la sua motivazione; 2) il tipo di testo che deve essere studia- to, il suo contenuto, la sua struttura, il suo vocabolario; 3) le modalità di elaborazione delle in- formazioni , il modo in cui si decodificano le conoscenze, e si recuperano; 4) il contesto , relazionale e fisico nel quale lo studio avviene. In questo scritto si considereranno in particolare le caratteristiche dello studente nell’affrontare il suo studio a casa. Da una serie di ricerche e indagini emerge che lo studio può diventare piacevole quan- do lo studente apprende in modo significati- vo e autoregolato , quando è spinto da una motivazione intrinseca , quando utilizza i suoi processi metacognitivi , quando ha il senso dell’autoefficacia , riconosce le proprie disposizioni della mente e le utilizza per da- re qualità alle sue azioni, quando acquisisce strategie di apprendimento adeguate al compito e alle sue caratteristiche soggetti- ve. Si esploreranno di seguito tali concetti e si forniranno alcune indicazioni che potreb- bero promuovere uno studio piacevole. 11 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXI - Numero 7-8 - Luglio-Agosto 2014

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