Luglio-Agosto-2012
L’ISTRUZIONE PROFESSIONALE TRA SCUOLA E LAVORO Gian Carlo Sacchi, Coordinatore del Centro di Documentazione Educativa di Piacenza I l lavoro nella scuola è stato al centro di un dibattito che lo ha visto subalterno al- la prevalente trasmissione culturale, alla ricerca di una valorizzazione nella forma- zione della persona, ma soprattutto nella pari dignità con altri linguaggi formativi; la scuola nel lavoro ha avuto un ruolo nello sviluppo professionale soprattutto nella pic- cola e media impresa: si pensi alle aziende agricole ed alle officine che trainavano l’in- novazione produttiva in vari settori, ed ora sembra doversi uniformare alle logiche del- la produzione e dell’organizzazione. Molti steccati sono caduti non certo per merito delle riforme scolastiche, le ultime delle quali mantengono ancora fortemente differenziato il canale liceale da quello di istruzione e formazione professionale, ma per effetto del rapporto cultura – lavoro che è cambiato nell’economia e nella società. Chi vuole lavorare deve avere più cultura in ogni professione e chi studia, a causa di una maggiore contaminazione tra sapere e fare dovuto soprattutto all’utilizzo delle tecnologie, deve avere occasioni per fare esperienze dirette con la realtà aziendale, non solo per la ricerca di specifiche perfor- mance, ma per la diffusione di metodologie utili all’apprendimento nel suo complesso. In azienda non si sperimentano soltanto i contenuti di una mansione, ma relazioni tra pari e con l’autorità, strumenti di cono- scenza, processi di responsabilizzazione che a scuola non ci sono. Nelle aule scolastiche infatti il rapporto tra giovane e adulto è di carattere consegnativo ed impegna preva- lentemente la testa in un’azione di imma- gazzinamento i cui risultati vengono rinviati nel tempo, mentre il lavoro coinvolge tutta la persona, dà visibilità immediata o esiti a breve scadenza e ciò provoca maggiore mo- tivazione. Il lavoro nella scuola, dunque, torna ad assumere un notevole valore educativo, non più come riscatto sociale, ma come capaci- tà di intervenire nel cambiamento e così la scuola nel lavoro si offre come dimensione critica, di analisi sistematica della realtà, in integrazione con un’azienda tutta centrata sulla soluzione di problemi, ma che per al- tro verso assume anch’essa una connotazio- ne formativa. Il nesso è costituito dalla così detta «cul- tura laboratoriale», profusa a piene mani nelle carte delle riforme, ma inattuata per la gran parte, sia per ragioni strutturali e fi- nanziarie, sia per il prevalere di routine professionali che hanno poco a che fare con un impianto euristico e operativo, sia per le difficoltà organizzative: orari, gruppi, nor- me sulla sicurezza nella gestione degli im- pianti, ecc. Anche nella scuola media, nata con l’educazione tecnica, non si intravvedo- no più spazi attrezzati e la tecnologia è solo il computer gestito in un’ottica prevalente- mente comunicativa. Il rapporto interno – esterno è ormai con- solidato dalla pratica dei tirocini aziendali, che con la riforma del 2003 hanno assunto la ben più impegnativa configurazione di «alternanza scuola – lavoro». Un po’ di atti- vità a scuola ed un po’ in azienda, con valu- tazioni separate e custodite nel «portfolio» delle competenze, in vista di una più flessi- bile gestione dei curricula personali, nel- l’ottica del riconoscimento di crediti forma- tivi, sia nel sistema formale, sia non forma- le, aziendale appunto. Il tutto però è stato limitato a periodiche uscite, brevi per le scuole che le vogliono incastrare nel pro- gramma, lunghe per le imprese, che voglio- no vedere il giovane all’opera anche per esercitare una pur minima azione di selezio- ne del personale, i cui risultati vengono ri- convertiti in senso docimologico nella pro- spettiva dell’unico titolo finale. 41 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXIX - Numero 7-8 - Luglio-Agosto 2012
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