Lo Scaffale LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXXII - Numero 5-6 - Maggio-Giugno 2025 Vita dell’Unione alla sua morale, all’insieme delle sue credenze e modi d’intendere e sentire la vita e il mondo. Il concetto di Bene comune, tanto caro e spesso richiamato dal nostro Capo di Stato, pretende la condivisione di questa sintesi culturale e la sua messa a disposizione degli altri. Solo così si supera una logica commutativa di visione della cittadinanza su elementi provenienti dal passato (dove uno è nato, che lingua parla) per arrivare ad un approccio partecipativo, tipico della societas, nella quale ci si domanda cosa poter singolarmente fare per far crescere la collettività nel futuro a vantaggio di tutti. Per far questo le esperienze di discernimento comunitario ci dicono che è molto importante un cambio di baricentro posturale e comportamentale che sposta l’attenzione dalla logica del prevalere (dove uno ha ragione e uno torto uno è giusto e l’altro sbaglia) a quella del con-validare (riconoscere quello che nelle varie posizioni è effettivamente un valore per tutta la comunità). L’allenamento a riconoscere che nella diversità di vedute c’è sempre qualcosa da recuperare e da mettere al centro dei rapporti avviene in quello che Giovanni Grandi chiama con intuizione felice il proprio «parlamento interiore» dove prendono parola le tensioni, le inclinazioni e le intuizioni, cioè le voci diverse della nostra coscienza, anche tra loro discordanti. Dare ascolto a queste divergenze consente di notare che la pluralità è dentro ciascuno di noi prima ancora che nel gruppo. La partecipazione contributiva che crea opportunità di generare amicizia sociale nasce innanzitutto da quest’esercizio di autoeducazione. (Annamaria Rondini) come il nostro dove il cittadino ha l’impressione che l’apparato istituzionale non riesca a restituirgli tutto il contributo di beni materiali ma anche morali e sociali che lui sente di dare. Nasce così una ferita profonda che possiamo semplificare col termine di crisi delle istituzioni ma che traduce il momento buio in cui non si vede tutto il bene che deriva dal nostro stare insieme, che è comunque ancora tantissimo, ma non così più tanto intuibile e chiaro come per esempio in tempi passati come il dopoguerra quando ognuno sentiva di dover dare tanto per la collettività perché si proveniva da un’esperienza importante di distruzione e di privazione. Nel mondo contemporaneo la sfida è di porre un principio unitivo nel futuro, nella visione di un progetto condiviso che travalica il senso di unità dell’emergenza e dell’urgenza (catastrofi, pandemia) dove c’è molta partecipazione e volontà unitiva («andrà tutto bene») che dura però il tempo dell’urgenza e si nutre spesso di consumo emotivo. L’essere societas pretende tempi lunghi e con risultati non solo immediatamente ma soprattutto non totalmente visibili. Questo avviene oggi soprattutto nella politica dove i pur profusi sforzi individuali e collettivi non hanno un riscontro immediato. Sono sicuramente più intuibili o intercettabili nelle rappresentazioni più diffuse i concetti di beni comuni (messi in condivisione) o di beni pubblici (beni di tutti ma gestiti dal pubblico) mentre si arranca di più sulla traduzione e condivisione di Bene comune che non è interamente tangibile o rappresentabile perché condensa e comprende l’intera cultura di un territorio sommata È stato proprio lui ad elaborare la metodologia, denominata «discernimento in comunità», usata durante la settimana sociale dei cattolici in Italia tenutasi a luglio dello scorso anno a Trieste e sperimentata già prima in molteplici contesti. Il testo Democrazia ed amicizia sociale, diviso in due parti, la prima sulla teoria dell’agire partecipativo e la seconda sul rapporto tra discernimento comunitario e partecipazione, non da alcun spazio al pessimismo di fronte all’attuale situazione culturale e socio politica, mettendo in campo tutta una serie di strumenti culturali che ci possono permettere di chiarire le direzioni su cui lavorare per promuovere una crescita oblativa e partecipativa in qualsiasi ambiente formativo e di apprendimento. Riprendendo la grande lezione di Maritain, Giovanni Grandi ripropone una visione della vita impastata di due tendenze irriducibile. La prima è quella della dimensione- individuo che ha lo scopo di sanare il senso di mancanza, di vuoto, di necessità che il vivere comunque comporta sia a livello materiale che affettivo, relazionale o spirituale risolvendolo attraverso il consumo ed il prendere per se, la seconda è la dimensione- persona che allo stesso senso di mancanza ed insoddisfazione risponde con il desiderio di essere colmati da una relazione, da una cura che procura una spinta verso la donazione e la gratuità, la condivisione di capacità e risorse. Con la consapevolezza che non siamo condannati per forza all’individualismo, tutti in quanto operatori educativi, dobbiamo scegliere quale delle due dimensioni ampliare e promuovere, soprattutto in un momento storico
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