La Scuola e l'Uomo - n. 5-6-Maggio-Giugno 2021

LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXVIII - Numero 5-6 - Maggio-Giugno 2021 22 L a pedagogia del lavoro nei tempi più re- centi ha accompagnato la riforma della scuola media unica, portando un contri- buto all’unificazione delle due culture, uma- nistica e professionale, presenti fino a quel momento in percorsi formativi separati, la prima avrebbe dovuto formare la classe diri- gente e l’altra la mano d’opera più o meno qualificata. L’istruzione «politecnica» si inte- ressava alla condizione del lavoratore per av- vicinarlo alla fabbrica o alla fattoria, lo por- tava a realizzare prodotti socialmente utili, facendogli comprendere il valore del lavoro per corrispondere ai bisogni della comunità. La nuova scuola voleva pensare prima di tutto alle persone ed alla loro formazione in- tegrale, attraverso l’educazione di tutte le dimensioni della loro personalità, compresa quella operativa, anche per innalzarle sul- la scala sociale. Il lavoro infatti si presen- ta come attività umana, nel suo atto, come calare le idee della mente nel mondo, ed è caratterizzato da un processo, per giungere ad un prodotto. Esso non scompare mai del tutto anche se massima è l’automazione e richiederà un’alta preparazione scientifica e organizzativa, non solo agli effetti delle operazioni meccaniche, ma per salvare la sua umanità. Gli apprendimenti lavorativi non sono pro- cedimenti o abilità da insegnare, ma occorre suscitare negli allievi processi per prove ed errori, esperienze, esercitazioni perfettive, rispettando i loro errori non meno dei loro successi. Per svolgere la dimensione lavora- tiva dell’essere umano ci deve essere «lavo- ro vero» finalizzato alla formazione dell’uo- mo-lavoratore, che nel percorso evolutivo dovrà assumere forme sempre più consape- voli e riflesse, in modo da farne un eserci- zio di intelligenza applicata, fino ad arrivare ove richiesto a determinate specializzazioni. L’autodisciplina che esso richiede ed il co- ordinamento con l’opera degli altri costitu- iscono un’educazione etico-sociale che ben poche altre attività scolastiche consentono di raggiungere. Se la pedagogia del lavoro ha cercato di animare i processi formativi e contribuire al potenziamento di una visione democrati- ca della scuola, capace di assicurare a tut- ti i giovani parità di diritti e di opportunità nell’esercizio della cittadinanza, il ruolo la- vorativo determina ancora l’identità sociale e la posizione di uomini e donne nella so- cietà; il prolungarsi del periodo scolastico non solo fa il pari con il miglioramento delle posizioni professionali, ma anche con la per- cezione di tale identità e i termini del suo conseguimento. La distinzione tra l’intellet- tuale colto e il lavoratore manuale rozzo fa capire quale immagine del ruolo lavorativo si vanno formando i bambini dell’identità so- ciale dei propri genitori. Dunque l’istruzione è sì promozione, ma in un crescente distacco dal lavoro, che non è il cuore del sistema scolastico e sempre meno ne è lo sbocco. Esso costituisce un fine in sé in quanto aiuta chi lo compie ad esprimersi: è possibile riproporre il fattore professiona- le come sua motivazione intrinseca? Si può dire che in Paesi dove la tradizione pedago- gica ha valorizzato tale componente o dove la didattica si è imperniata sui metodi attivi le ricadute sia in termini di cittadinanza che di occupazione hanno registrato, soprattutto nell’ultima parte del secolo scorso, quella del boom economico, risultati più aderenti alle esigenze del territorio e disponibili al cambiamento, caratteristiche che oggi sono sempre più richieste dal mutare dell’organiz- zazione sociale e del mercato del lavoro. In Italia il tentativo di mettere insieme la scuola del latino con quella del lavoro è re- lativamente recente, risale, come si è detto, alla introduzione della scuola media unica, RISCOPRIRE LA PEDAGOGIA DEL LAVORO Gian Carlo Sacchi, Esperto di politiche scolastiche

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