Maggio-Giugno 2019

5 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXVI - Numero 5-6 - Maggio-Giugno 2019 4. L’infinito di Leopardi tutti gli artisti, i pittori, gli scultori, i musicisti, ma in particolare gli scrittori ed i poeti hanno sentito e continuano a trarre ispirazione dalla bellezza della creazione. Vostr’arte a Dio quasi è nepote (Inf. XI,105) – afferma dante - perché essa capta, e co- me in una nuova creazione attinge dal gran- de libro della natura, proiettando e manife- stando nelle proprie opere i sentimenti, la concezione della vita e della realtà, propria di ogni autore. anche il giovane Leopardi a 21 anni, esat- tamente duecento anni fa nel 1819, compo- neva L’infinito, certamente una delle poesie più belle, che raffronta il mondo esterno (il colle, la siepe, l’orizzonte, il vento, il suo stormire fra le piante, la presente stagione) con l’infinito spaziale e temporale captato nel suo io. Prova anche lui un’ebbrezza misti- ca nel naufragare dolcemente nel mistero sconfinato che ci circonda. Sempre caro mi fu quest'ermo colle, e questa siepe, che da tanta parte dell'ultimo orizzonte il guardo esclude. Ma sedendo e mirando, interminati spazi di là da quella, e sovrumani silenzi, e profondissima quiete io nel pensier mi fingo, ove per poco il cor non si spaura. E come il vento odo stormir tra queste piante, io quello infinito silenzio a questa voce vo comparando: e mi sovvien l'eterno, e le morte stagioni, e la presente e viva, e il suon di lei. Così tra questa immensità s'annega il pensier mio: e il naufragar m'è dolce in questo mare. 5. Un metodo di lettura il critico Leo spitzer (1887-1960) suggeri- va di leggere attentamente più volte un te- sto, captarne le metafore, le immagini, le parole chiave, quindi collegarle in una o più costellazioni, trovare all’interno di esse il nucleo ispiratore; infine risalire al testo e di riesaminarlo per verificare se abbiamo colto nel segno, ed esplicitare i sentimenti e la concezione della natura, dell’uomo e del mondo, propri di ogni autore. Esemplifico con un brevissimo testo di Giosuè carducci, penso conosciuto da tutti. Pianto antico L'albero a cui tendevi la pargoletta mano, il verde melograno da' bei vermigli fior, nel muto orto solingo rinverdì tutto or ora, e giugno lo ristora di luce e di calor. Tu fior de la mia pianta percossa e inaridita, tu de l'inutil vita estremo unico fior, sei ne la terra fredda, sei ne la terra negra né il sol più ti rallegra né ti risveglia amor. un albero nel giardino: il verde melograno dai bei vermigli fior, rinverdì; il sole di giugno lo illumina con la sua luce, nel ricordo il figlio tende verso l’albero la pargoletta mano, im- merso nel sole, nel calore della natura, sor- retto e risvegliato dall’amore del padre. a questa immagine gioiosa e solare si contrappone un’altra costellazione di meta- fore: l’orto muto e solingo, la vita del poeta come albero percosso ed inaridito, inutile e privato del suo ultimo fiore, la terra fredda e senza calore, nera e senza luci e colori. una concezione della vita quindi percepi- ta fisicamente come luce, colore e calore di affetti, contrapposta ad una concezione della morte sentita drammaticamente come privazione fisica di queste realtà, come as- senza di luce, di calore, di colore, di risve- glio, di amore. È un pianto antico, vecchio quanto il mondo, per i genitori che perdono i propri figli. S p i r i t u a l i t à

RkJQdWJsaXNoZXIy NTYxOTA=