Maggio-Giugno 2019

27 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXVI - Numero 5-6 - Maggio-Giugno 2019 sapete chi erano? un padre sessantenne con il diploma di quinta elementare e due figli trentenni dei quali uno solo con diplo- ma di scuola superiore… Penso ai maestri orafi che ho conosciuto ad arezzo: con un filo d’oro ed una pinza sono capaci di creare forme e decorazioni meravigliose; penso ai mastri birrai incontrati in scozia e, perché no?, a capi mastro che sovrin- tendevano a tutte le costruzioni edili fino agli anni ottanta, capaci di interpretare un progetto e trasformare un disegno su carta in una struttura in cemento armato e laterizi; ma anche di guidare una squadra di muratori creando fra di loro quella soli- darietà e quella coesione che, sola, per- metteva di trasformare un progetto in una villa. Già perché dell’essere «maestro» fa parte la capacità di guidare gli uomini, di motivarli, oggi si dice di «fare squadra» (vi ricordate il film « Prova d’orchestra » e la figura del maestro direttore di quel gruppo di musicisti che non riuscirà mai a diventare un gruppo?). dai prof., al contrario, non ci si aspetta che sappiano fare, ma soltanto che abbiano la perfetta conoscenza di ciò che debbono dire in pubblico e di come debbono dirlo per essere efficaci e compresi… sì, per ora non uso il termine «insegnare» perché per me l’insegnamento è un’arte che esige più le qualità di un maestro che di un professo- re. i professori spiegano, narrano, espongo- no, descrivono, enunciano, trasmettono, parlano… i maestri ascoltano, dialogano, chiedono, cercano, orientano, guidano, ac- compagnano, aiutano… sono talmente importanti, i maestri, che c’è stato un tempo (gli anni ‘70) in cui alcuni prof. vollero diventare maestri, ma poiché non ne avevano le capacità e gli strumenti, divennero «cattivi maestri»… i prof. cattivi sono quelli che danno brutti voti, o bocciano, o non sanno fare il loro mestiere: tutte cose rimediabili con la for- mazione ed il controllo sociale; ma i danni che fanno (hanno fatto) i «cattivi maestri» tra i giovani sono (e sono stati) pressoché irreparabili, tanto che qualche sociologo parla di «generazioni perdute». Quello che è in gioco nella differenza tra maestri e prof. è la «testimonianza», ovvero la ca- pacità di dire «guarda come faccio», non solo di imporre la regola dell’«ascolta quel che dico». …perciò bisogna che i prof. diventino maestri e non viceversa… Per fare il prof. basta avere una profonda ed aggiornata conoscenza di una determinata forma di sapere ed un possesso sicuro delle tecniche di comunicazione; per fare il mae- stro occorre avere una straordinaria ricchez- za interiore che deriva dal mixaggio (unico nelle sue forme, per ciascuno che si chiama maestro) di sapienza, valori di vita, intimità, identità e socialità. i prof. esercitano in luo- ghi istituzionali adibiti all’esercizio delle loro attività: le scuole, le università, le accade- mie, (oggi si può fare il prof. anche in rete!); i maestri, come ai tempi di socrate e di Gesù hanno un loro luogo privilegiato: la piazza! che fosse l’agorà di atene o la spiaggia del lago di tiberiade la condizione dell’esercizio della funzione di maestro è la relazione con i «discepoli», cioè con coloro che hanno deci- so di entrare in una relazione profonda di ri- cerca e di partecipazione empatica con i loro maestri. Poi la piazza ha assunto nel tempo forme diverse: la bottega, il laboratorio, la comunità, il cenacolo, il movimento… fino al- la scuola «elementare», dove i maestri (più mestre che maestri, invero!) ricevevano ap- pieno la delega ad «educare» da parte delle famiglie; ed essi, ben sapendo che la forma- zione passa anche attraverso la cultura, sep- pero dosare abilmente gli sforzi della cono- scenza per conseguire la piena promozione umana degli scolari. Poi l’avvento della sco- larizzazione di massa e della globalizzazione della produzione e dei consumi hanno infran- to questo delicato equilibrio: non siamo più stati in grado di assicurare all’educazione scolastica figure di prestigio che sapessero unire scienza e saggezza e fare il prof. è di- ventato un mestiere, nel quale si è pensato di sostituire un complesso sistema di tecni- che alla creatività ed alla passione della rela- zione educativa… Per di più, in questo paese, tutto ciò ha coinciso con la «contrattualizza- zione» e la conseguente trasformazione della professione di «maestro» in quella di «lavo- ratore della cultura» (come appare nella si- gla della cGiL scuola) e la sua collocazione nel livello impiegatizio delle attività pubbli- che. ve lo immaginate socrate, pagato dagli amministratori della città di atene?: avevano un tale timore della profondità ed intensità dei suoi dialoghi con i giovani che lo… suici- darono!

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