Maggio-Giugno 2017
27 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXIV - Numero 5-6 - Maggio-Giugno 2017 be per ciò stesso il taumaturgico miracolo di farlo condividere anche a chi apprende. Se però si traduce liberaliter come si deve, e cioè secondo il senso medievale del ter- mine liberale rimasto intatto settecento an- ni dopo in Adamo Smith (22) e Novecento anni dopo in un economista come Luigi Ei- naudi, è deviante intendere il maestro co- me colui che nutre i giovani che gli sono af- fidati con i suoi stessi pur preziosi alimenti. Cioè che li tratti e li consideri come «al- lievi» o «alunni» (ter- mini sinonimi che provengono dalla radice alo, da cui alĕre , chi «è nutrito, alimentato da qualcun altro») (23). Liberaliter , al con- trario, va tradotto come abituare i giovani ad essere «apprendisti, praticanti dello stu- dium », ovvero persone autonome, compiu- te, autosufficienti, generativamente razio- nali, libere, che cercano con l’intero di se stessi la verità e, soprattutto, la mettono in pratica, in un’unità di cultura e vita, ragio- ne ed esperienza che si perfeziona sempre più. L’educazione liberale , insomma, se non rifiuta l’idea del tomistico docente coope- ratore della natura (24), ribadisce che la vera educazione e il vero apprendimento sono sempre attivi, nascono dal protagoni- smo diretto della ragione e dalla volontà della persona e si concludono moltiplicando la ragione e la volontà della persona, in un processo che non ha fine (25). Che questo lo faccia il docente adoperando il latino o il greco o l’elettricista adoperando i circuiti elettrici con il suo apprendista è indiffe- rente. L’importante è che in ambedue i casi non si trattino i giovani soltanto da alunni/allievi, ma si sia davvero capaci di sollecitarli come e in quanto studen- ti, cioè a rigenerare sé, il mondo, la cultura e il lavoro con le caratteristiche che lo studium porta con sé. Allora si realizzerà quanto auspicato dalla cosiddetta «pedagogia perenne» di cui si parlava un tempo e che Einstein, da grande fisico, ha riassunto benissimo così: «la scholé dovrebbe sempre avere co- me suo fine che i giovani ne escano con per- sonalità armoniose, e non ridotti a speciali- sti (…). Lo sviluppo dell’attitudine generale a pensare e a giudicare in modo autonomo e indipendente, dovrebbe essere sempre al primo posto» di qualsiasi percorso formativo (26). Insomma, ogni formazione particolare e speciale non può che essere sempre il mezzo privilegiato per aprire e promuovere la formazione integrale e generale della persona. (22) A. S MITH , La ricchezza delle nazioni (1776), tr. it., a cura di A. e T. Bagiotti, Utet, Torino 2006, (I, X, p. I), pp. 198-204 e ss. (23) G. DE N OGENT , Autobiographie (1115), ed. E.R. L ABANDE , Les Belles Lettres, Paris 1981, L. I, cap. XV ricorda che l’abate del monastero in cui era novizio era stato avi mei alumnus , cioè nutrito di mio nonno (sulla collau- data tecnica medievale della nutritio cfr. L. B RUSOTTO , Nutriti e nutritori nei costumi educativi altomedievali. Alcune testimonianze dei secoli X-XI e i loro antecedenti , in «Quaderni Medievali», LVII, 2004, pp. 6-35. (24) T. D ’A QUINO , S.Th . I, q. 117, a. 1, resp.: «il principio estrinseco, vale a dire l’arte, non opera come agente principale, ma come sussidio dell’agente principale, che è il principio intrinseco, rafforzandolo e somministran- dogli mezzi e aiuti che servono per raggiungere lo scopo: come fa (…) il medico che rinvigorisce la natura e le appresta cibi e medicine, di cui essa si serve per conseguire l’effetto voluto». (25) T. D ’A QUINO , S.Th ., I-II, qq. 51 e 63. (26) A. E INSTEIN , Pensieri degli anni difficili… cit. , pp. 83-84.
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