Maggio-Giugno-2015

25 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXII - Numero 5-6 - Maggio-Giugno 2015 scientifici –, sono suo figlioccio (per giunta maschio e, come tale, destinato a traman- dare il cognome); potete immaginare quali aspettative riponesse nel sottoscritto. Lu- ciano Corradini, dopo aver letto i suoi diari, mi ha detto: «Ti voleva un bene dell’anima, ma te ne ha fatte passare di tutti i colori… ». Non volendo essere agiografico ma nep- pure scadere nella mera cronaca, penso che già questi piccoli riferimenti al Nosengo pri- vato aiutino da soli ad intravedere le coor- dinate entro le quali si muoveva lo zio che non aveva una personalità che si modellava a seconda dei contesti in cui si trovava: una in famiglia ed un’altra in quello che, impro- priamente – ma soltanto per ora – chiamo il suo lavoro. No, era sempre la stessa perso- na sia che avesse davanti il sottoscritto sia che fosse a colloquio con il Ministro; ferma restando la sua onestà intellettuale, se a suo parere un giudizio andava espresso, l’avrebbe espresso; positivo o negativo che fosse, anche a costo di far male (o di farsi del male …); credo proprio che nella sua vi- ta abbia dato corpo compiutamente al ver- setto del Vangelo di Matteo «Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno» (Mt, 5,37). Nostro zio non era persona che amasse o rincorresse riconoscimenti materiali per l’attività svolta o le onorificenze; lo spinge- vano a questo atteggiamento tre ragioni: le prime due, sottotraccia, ad adiuvandum; la terza, ad substantiam direi. La prima risie- deva nel marchio che la terra in cui era na- to – il Monferrato confinante con le Langhe – imprime nei suoi figli: persone generose nei sentimenti come nel lavoro ma poco in- clini al complimento di maniera ed a vacui cerimoniali; nei confronti di queste persone si palesa del tutto fuori luogo lo stereotipo del «Piemontese falso e cortese» (più con- sono ai figli di altre zone piemontesi …). La seconda era risalente al suo temperamento che non conosceva la litote ed era onesta- mente tranchant. Era di conseguenza del tutto indifferente in ordine a quanto potes- se configurarsi (anche solo astrattamente) in termini di esteriorità, di apparenza; anzi, a questo proposito, il suo atteggiamento era di attenzione (per restarne lontano), di dif- fidenza (per il timore di esserne sfiorato) e di rifiuto – cortese ma radicale – per evitare che lusinghe (magari interessate) si tradu- cessero, successivamente, in cambiali da onorare. Il reale motivo per cui non provava interesse verso ricompense od onorificenze era un altro; il suo imperativo categorico era quello di vivere ogni istante della pro- pria esistenza secondo l’Evangelo sulla base di una Fede radicale, di stampo monastico (mi permetto di proporre questa connota- zione sulla base dei concetti espressi da En- zo Bianchi in ordine al monachesimo), una fede, secondo le parole di Luciano Manicar- di, di chi accetta di consegnarsi al Signore fino a perdersi, fino a consumarsi per amo- re. Non ha inteso la sua attività alla stregua di una professione – sia pur di livello – che ha un inizio, una fine, degli alti e dei bassi, prevede un orario di lavoro, delle ferie, una retribuzione, comporta compromessi e si potrebbe continuare… No. Concepiva in mo- do differente la ratio ed il divenire del suo vivere. La categoria concettuale «professio- ne» gli era ontologicamente sconosciuta, fi- siologicamente antitetica. Conosceva e vi- veva, invece, quella della missione: non in- tesa alla stregua del termine inglese mis- sion (espressione con cui tanti si riempiono oggi la bocca) che vuol semplicemente si- gnificare «compito principale, riferito an- che agli oggetti»); missione concepita come attività cui viene conferito un particolare valore morale, quasi religioso che per lui era (rubando le parole di padre Michele Pel- legrino) quella di scrivere parlare, ed agire dopo aver pregato, al fine di dare un contri- buto alla creazione di un sistema educativo che avesse come focus i ragazzi contornati da insegnanti «competenti»: Andrea Porca- relli nel suo Educazione e politica. Paradig- mi pedagogici a confronto, ha mirabilmente delineato il significato di questo aggettivo. Persone che, oltre a sapere ed a saper fare, sanno essere, sono in grado cioè, attraverso la cultura, di educare con amore alla liber- tà ed al bene le persone affidate loro con ciò rendendo un servizio alla verità che coincide con la giustizia. Risulta allora intuitivo come l’interesse alla ricompensa tangibile o all’onorificenza non solo esulasse in toto dalle sue aspirazio-

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