Maggio-Giugno-2014

LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXI - Numero 5-6 - Maggio-Giugno 2014 16 doli). La BCE si vede costretta a riesumare gli insegnamenti di Keynes per una strate- gia di intervento pubblico che va dall’uso degli strumenti convenzionali come i tassi d’interesse (che tuttavia sono ormai pros- simi allo zero) a strumenti non convenzio- nali come un massiccio acquisto di attività finanziarie o un aumento di liquidità mira- to alle banche. Questa politica che toglie i freni al credito e rivitalizza l’attività eco- nomica deve essere gestita con rigore per trovare spazio accanto a quella dell’auste- rità fiscale. Ma questo è possibile solo all’interno di una unione monetaria. L’affermazione che i paesi dell’UE che sono fuori dell’Eurozo- na stanno meglio è stata usata in modo scorretto da alcuni politici e commentato- ri per tre motivi principali: 1. il confronto riferito solo ai paesi in crisi dell’Eurozona dimenticando di citare tutti gli altri; 2. Il silenzio sul fatto che il fallimento dell’eu- ro è l’esito di un gioco a somma negativa che vede perdenti sia i paesi che sono in crisi sia quelli che non lo sono; 3. La disat- tenzione al fatto che la speculazione pren- de di mira i paesi che presentano squilibri e non quelli sani. Si sta manifestando lo spettro di una spirale negativa deflazione-recessione mentre i tagli alle retribuzioni e alla spesa di alcuni paesi dell’Eurozona stanno at- tuando svalutazioni interne. La crisi ha pe- sato sul sofferto percorso cooperativo del- la politica d’integrazione europea portan- do i paesi del Nord ad accollarsi i debiti del Sud, sovente in cambio di rendimenti alti e rischiosi, e per giunta, facendolo non per salvare la gente colpita dalla dop- pia emarginazione dal mercato del lavoro e dal mercato dei beni, bensì per salvare le banche che si sono alternate agli Stati per evitare i default . Negli ultimi quattro decenni il nostro Paese ha spesso voluto vivere al di sopra dei propri mezzi, accumulando debiti che pesano sulle generazioni future e sul resto del mondo. La classe politica ha trovato il modo di accontentarla, ipotecando il red- dito degli anni a venire. L’Italia ha soffer- to la stessa sindrome degli Stati Uniti sen- za però avere una moneta di riserva. Dopo la nascita dell’euro anche questa cautela è venuta meno, producendo gli esiti attua- li di instabilità finanziaria. L’eterodirezio- ne di alcune politiche nazionali, talvolta imposte, talvolta richieste, si è rivelata comunque insufficiente a scongiurare l’in- stabilità finanziaria che è seguita alla crisi finanziaria 2007-2009. Il decennio in cui la spesa pubblica (espressa in rapporto al Pil) è cresciuta di più non coincide né con gli anni settanta in cui le scelte dei governi furono finalizzate ad acquistare, con ele- vati disavanzi primari, il consenso politico minacciato da una lunga e violenta conte- stazione sociale, né con gli anni ottanta che videro elevare in modo consistente la spesa per interessi sul debito pubblico. I dati indicano che il record è del decennio appena trascorso, nonostante la discesa consistente dei tassi di rendimento dei ti- toli di Stato e le solenni proclamazioni della necessità di ridurre la spesa pubbli- ca. Ma la politica economica italiana ha glissato finora sugli obiettivi prioritari e usato strumenti inadeguati. Per l’Istat, 3 milioni di famiglie sono in condizioni di povertà (e ciò peserà anche sui loro figli), le nascite sono ai minimi da vent’anni, 100.000 giovani sono emigrati dall’Italia in 5 anni (e sono i più preparati, coraggiosi e dinamici). È peggio di una si- tuazione intollerabile perché contiene la promessa perversa che essa proseguirà: un Paese senza nuovi nati può solo invecchia- re e far crescere i costi del welfare e di conseguenza le tasse, visto che né cresce né può far crescere il debito. Con questi tassi di povertà non si può continuare a sprecare denaro pubblico che deve rag- giungere chi più ne ha bisogno. Le risorse che vengono dalla spending review devono continuare a fluire verso i più bisognosi e accompagnare una revisione degli stru- menti di sostegno a chi ha perso il reddito da lavoro e che, se è fortunato, viene pa- gato per rimanere immobile a casa a per- dere competenze e motivazione. Ma la ri- presa non verrà, e i posti di lavoro non na- sceranno, se alle riforme non si accompa- gna un coraggioso rilancio degli investi- menti (negli ultimi 4 anni quelli pubblici sono crollati del 30 per cento, nel 2013

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