Maggio-Giugno-2014
LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXI - Numero 5-6 - Maggio-Giugno 2014 10 dalle Province e dai Comuni per i più diversi motivi, le esorbitanti tasse sull’energia elettrica e sul gas che ne fanno salire il prezzo ad oltre il 20-30% in più rispetto agli altri grandi Paesi europei, gli ingenti costi sopportati per il mal funzionamento (per non dire inesistenza) della giustizia civile, i costi per la pletoricità, la lentezza e l’inef- ficienza della burocrazia, i costi sopportati per l’inadeguatezza della rete dei trasporti, ecc. Tutti questi oneri riducono l’utile che l’impresa avrebbe potuto realizzare; sul- l’utile effettivo viene infine applicata l’im- posta sul profitto, che è quindi soltanto una parte del Ttr. Tra i Paesi industrializzati, l’Italia detiene il record del prelievo sugli utili potenziali delle imprese: il Ttr è del 68,5% (oltre i due terzi dell’utile realizzabi- le va allo Stato o ad altri enti pubblici!). È ciò che spiega, oltre alla fuga dei capitali dal nostro Paese, la chiusura o l’emigra- zione all’estero di molte imprese e l’inar- restabile crescita della disoccupazione . Il silenzio su questi tre fatti fondamenta- li è la premessa della disastrosa politica economica praticata dai governi che si sono più volte alternati negli ultimi decenni. In- vece di ridurre il carico fiscale, diretto e in- diretto, sulle imprese e sul lavoro, per ac- crescere la competitività e resistere alla concorrenza internazionale, si è privilegiato il mantenimento o addirittura il migliora- mento del tenore di vita della maggior par- te dei cittadini, di quelli che un lavoro re- golare ce l’hanno, trascurando le minoranze con redditi insufficienti (soprattutto le fa- miglie con figli), e ciò naturalmente a spese della crescita del debito pubblico. Questa politica è stata disastrosa anche perché una parte rilevante della domanda interna si rivolge a beni e servizi non espo- sti alla concorrenza internazionale, quindi ai settori meno innovativi e a bassa crescita di produttività. Risultato: l’aumento della domanda, invece di produrre il parallelo au- mento dell’offerta come avviene quando funziona la concorrenza, si traduce nell’au- mento dei prezzi, che a sua volta determina spinte all’aumento dei salari. In sostanza, le politiche economiche de- gli ultimi decenni hanno perseguito obietti- vi elettorali a breve termine , senza curarsi di rafforzare l’economia del Paese nel suo insieme. La domanda di consumi ha conti- nuato a crescere più della produttività e del prodotto totale. 2 - A partire dal 2008, la crisi economica mondiale ha posto fine a questa politica, e i consumi sono crollati dell’11% tra il 2007 e il 2013. Tuttavia, poiché l’export, come si è visto, è calato meno della domanda interna, anziché prendere atto degli errori fin qui descritti, molti politici e commentatori so- no tornati a sostenere la necessità di accre- scere il potere d’acquisto dei cittadini, na- turalmente a spese di un ulteriore incre- mento del già enorme debito pubblico, cer- cando di ottenere dall’Europa una deroga agli impegni di contenimento del deficit stabiliti dal fiscal compact. Altri, in appa- renza più ragionevoli, chiedono che si auto- rizzi l’aumento del deficit soltanto per in- crementare gli investimenti pubblici e ri- durre la pressione fiscale. Tuttavia si tratta di una ragionevolezza soltanto apparente, perché omette di precisare ciò che l’Italia dovrebbe assicurare in cambio all’Europa dell’euro. Ma perché questa Europa è tanto interessata al contenimento del nostro defi- cit di bilancio e alla riduzione del nostro debito pubblico (che invece continua ad au- mentare)? E perché la Banca centrale euro- pea, a differenza di quella degli Stati Uniti, si preoccupa soltanto del controllo dell’in- flazione, e non aumenta la liquidità per sti- molare la crescita economica e combattere la disoccupazione? La risposta non è diffici- le: ciò accade perché non c’è fiducia nella classe politica di alcuni Paesi , e la Germa- nia e gli altri piccoli Paesi con i conti in or- dine temono -giustamente, in base alle esperienze precedenti- che le deroghe al- l’austerità vengano utilizzate non per sti- molare la crescita economica ma per acqui- sire consensi elettorali. D’altro canto se l’Italia non riavvia la propria economia, i mercati internazionali smetteranno di ac- quistare i titoli di Stato italiani (al di la del positivo momento attuale, i cui motivi sono esaminati nel par. 5). Pochi ricordano che il Tesoro deve assolutamente rinnovare ogni anno titoli in scadenza per circa quattro- cento miliardi di euro , oltre un miliardo al giorno! Non rinnovarli significherebbe, tra
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