Maggio-Giugno-2012

LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXIX - Numero 5-6 - Maggio-Giugno 2012 20 Per esaminare i cambiamenti in chiave dinamica, Datagiovani ha scattato innanzi- tutto tre istantanee sui medesimi dati per gli Under 35: nel 1971, nel 1991 e ai giorni nostri. I dati ricavati mostrano inequivoca- bilmente un profondo mutamento della con- dizione giovanile in Italia, che si traduce spesso in un peggioramento della situazio- ne, sia rispetto agli anni Settanta che anche al ventennio precedente l’attuale. L’invecchiamento della popolazione è sotto gli occhi di tutti: i giovani tra i 15 ed i 34 anni sono oramai poco più del 10% e la situazione è destinata a peggiorare ulterior- mente. Infatti, l’indice di vecchiaia è passa- to dai 46 punti del 1971 ai 144 del 2010. Ciò vuol dire che mentre nel 1971 gli anziani erano la metà degli Under 15, ora sono una volta e mezza. Se è vero che il biennio di crisi ha accen- tuato le problematiche relative alla disponi- bilità di posti di lavoro per i giovani, va co- munque rilevato come rispetto sia agli anni Settanta che agli anni Novanta, i ragazzi in particolare dai 15 ai 24 anni abbiano visto ridurre le possibilità di occupazione, con un tasso di occupazione quasi dimezzato (per la contemporanea crescita dell’inattività) e una disoccupazione quasi triplicata. Non va meglio per coloro che tendenzialmente han- no terminato il proprio percorso di studi, i giovani dai 25 ai 34 anni, per cui il tasso di occupazione del 2010 è simile a quello del ’71, l’attività è aumentata ma per alimen- tare sostanzialmente la disoccupazione, al 2% negli anni Settanta ed al 12% oggi. Negli anni Settanta la disoccupazione giovanile era praticamente inesistente: quasi 4 giova- nissimi (15-24 anni) su 10 lavoravano, e 6 su 10 tra i 25 e i 34 anni. È vero peraltro che, almeno dal lato dell’inattività dei giovani, le motivazioni vanno ricondotte principalmente all’aspetto certamente positivo della crescita del livel- lo di istruzione nel nostro Paese: nel 1971 solo 14 giovani su 100 sotto i 30 anni aveva- no un diploma, nel 2010 sono 46. Ma ciò che più colpisce è la vera e propria «esplosione» della laurea, passata dall’1% al 14%, con una fortissima crescita soprattutto nell’ulti- mo ventennio. C’è da chiedersi però se e come questo elevamento dell’istruzione si inserisca nel contesto del mercato del lavo- ro attuale, che vede moltissimi giovani lau- reati alle prese con titoli di studio difficil- mente spendibili. In questa situazione la mancanza di un sistema di welfare efficace per le giovani generazioni, che entrano sempre più tardi nel mercato del lavoro, con contratti atipici e poco remunerati, e che spesso si trovano invischiati nella trappola della precarietà, riveste sempre di più di un ruolo di ammor- tizzatore sociale la famiglia di origine: non è un caso infatti che nel 1971 i trentenni che vivano ancora con i genitori erano il 10%, nel 2010 si parla di oltre quattro su dieci. Uscire dalla famiglia di origine, oltre che per il mutamento degli stili di vita e delle abitudini sociali, è dunque particolarmente complesso se non si dispone di entrate pro- prie o comunque di un sostegno economico familiare: non si spiega solo con la questio- ne dell’invecchiamento l’aumento di circa 6 anni rispetto al 1971 dell’età media al ma- trimonio sia degli uomini (33 anni attual- mente) che delle donne (30 anni). Il peggioramento della condizione econo- mica delle famiglie negli ultimi anni ha poi investito particolarmente le famiglie giova- ni: guardando agli anni Duemila, in termini reali i consumi dei single Under 35 nel 2010 rispetto al 2002 sono diminuiti dell’8%, quelli delle coppie giovani senza figli del 6%, in entrambi i casi più del doppio della media di contrazione delle famiglie italia- ne. Un ulteriore spunto di riflessione riguar- da, poi, le possibilità offerte dal nostro Pae- se ai giovani nei posti «di comando»: sebbe- ne la percentuale di giovani Under 35 im- prenditori e dirigenti di azienda sul totale dei giovani occupati nel 2010 sia triplicata rispetto al 1971, essi sono oggi meno del 13% degli imprenditori e amministratori to- tali, quasi la metà rispetto a quarant’anni fa, segno da un lato del rischio della perdita dello spirito imprenditoriale di un tempo, dall’altro di un mancato rinnovamento della classe dirigente imprenditoriale particolar- mente nell’ultimo ventennio. Ma quali sono state le dinamiche che hanno portato a questi cambiamenti?

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