Maggio 2020
LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXVII - Numero 5 - Maggio 2020 16 «ospitato» in questi mesi di chiusura degli edifici, ma non potremo più uscire dalle piat- taforme mentali che questa esperienza avrà edificato dentro di noi: ammesso che fosse un virtuale, cosa da sottoporre a revisione concettuale, è evidente che nel frattempo s’è fatto reale. Se cercassimo di attuare un’uscita da quelle condizioni rischieremmo di perdere il necessario controllo su un feno- meno molto rilevante, che già agiva in modo sotterraneo prima della crisi, ma che la crisi stessa ha portato alla luce in modo plateale, non importa se per volere o no di qualcuno. Parlo dei meccanismi della colonizzazione culturale. Tanto s’è detto negli anni passati, dal di dentro della scuola, dei pericoli di una inva- sione della scuola da parte del digitale. C’e- ra una qualche giustificazione in quel dire. Ma il fatto è che a quel dire non è si è fatto seguire un agire che fosse utile ad attrezzare la scuola non in vista di una eventualità ma in rapporto a ciò che, nel mondo esterno alla scuola, era già una realtà (e tale era già nel corpo e nella mente dei giovani). Ci si è chiu- si nella fortezza, ritenendo che così com’era essa potesse costituire un riparo nei confron- ti delle insidie dell’artificio che veniva da fuori. Non ci si è messi in gioco, non si è stati capaci di riconoscere che quel nostro ripa- ro non era naturale, totalmente libero, ma era anch’esso artificiale, essendo il frutto di un’altra colonizzazione storica, quella ope- rata dalla stampa: vale a dire la condizione tecnologica che ha dato vita e impregnato di sé l’idea moderna di scuola. Colonizzazione nobile, direte, diversa da quella dei nuovi barbari. Sarà. Ma ho il sospetto che questo atteggiamento antibarbarico non sia diverso da quello con cui certi aristocratici del pas- sato guardavano alla «colonizzazione scola- stica». Con i barbari si devono fare i conti. Lo dovremmo sapere: Graecia capta ferum victorem cepit . Se non l’avete mai letto o se vi siete li- mitati a sfogliarne le pagine del libro di te- sto riandate a Rousseau, leggete l’ Emilio e pensate (sì lo so, è scomodo, ma fatelo, vi sarà utile): tutto sommato è stato comodo e piacevole considerare mondo i salotti, col loro chiacchiericcio, ma ora che rischiamo di perderci nel bosco chi ci aiuta e come? Come, del resto, saremo costretti a fare sul piano delle più generali scelte socioecono- miche da effettuare nel dopocoronavirus. Si pongono questioni di sostanza, non più gestibili in termini retorici. Le tecnologie digitali sono ormai entra- te così diffusamente e profondamente nei nostri regimi di vita che non possiamo più parlare di un nostro stare o non stare o di un nostro andare o non andare in rete. Dob- biamo riconoscere, volenti o nolenti, che siamo rete e dunque partecipiamo, tutti, della condizione che il filosofo Luciano Flo- ridi (l’ho citato nel precedente scritto) chia- ma giustamente dell’ onlife . Quella digitale, insomma, non è un’area del nostro esistere dentro la quale entriamo quando vogliamo e se vogliamo, sapendo di poterne uscire per legittima scelta: no, è qualcos’altro di ben più vincolante. Proprio nel periodo in cui ci si attardava, nelle scuole e pure nelle univer- sità, a sognare di espungerlo dall’orizzonte pedagogico o di filtrarne «criticamente» l’in- gresso (cosa che però non eravamo capaci di fare a proposito della tecnologia più in- teriorizzata dal sistema di istruzione, vale a dire la stampa) il digitale da area specifica di sapere e saper fare è diventato componente ineliminabile di questa nostra vita, garan- tendo l’ormai ineliminabile infrastruttura su cui e con cui essa si esercita, in pressoché tutte le sue manifestazioni. Se non ci fosse stata la rete, cosa sarebbe stato della nostra scuola in questi mesi? Per ciò che riguarda la didattica, rendia- moci conto, allora, che un giorno potremo uscire dalle piattaforme digitali, dunque dalla realtà (e non dalla virtualità) che ci ha
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