Maggio 2020
LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXVII - Numero 5 - Maggio 2020 15 lone pedagogico possa una volta ancora aiu- tarci. Fa male ammetterlo, ma se vogliamo curarci, dobbiamo prendere coscienza della malattia. Questa che abbiamo da centoses- sant’anni è un modello di scuola. Nel frat- tempo la cornice entro la quale cresceva è cambiata, e non poco, sono cambiati i modi, i tempi, gli spazi della produzione e della ri- produzione di sapere. Chiediamocelo. Questi modi tempi spazi sono solo cornici di sapere, veicoli neutri o anche motori per la genera- zione di sapere? E la loro diversità è neutra rispetto a quel che si intende insegnare e far imparare e non incide anche sul che cosa e il come questo avviene? Se diamo risposte pacate a questa domanda non possiamo evi- tare di riconoscere che quella scuola, quel modello appartengono solo parzialmente ai mondo per come è oggi fatto. Parzialmente vuol dire che una parte va bene e un’altra no. Ma quali? Oggi che stiamo faticosamente uscendo dalla fase acuta della crisi sanitaria sentia- mo dire, con una frequenza che sta quasi di- ventando stucchevole, che dobbiamo attrez- zarci a convivere con l’incertezza. Ebbene, venendo alle cose nostre chiediamoci: che elementi di certezza possiamo far sopravvi- vere e portarci dietro, quali certezze possia- mo avere sul come e perché sono andate le cose della nostra scuola fin qui (anche la sto- ria stessa, la nostra va rivista, va cambiata) e sul come possiamo ipotizzare e costruire un suo futuro? Vengo al dunque, che, a mio avviso, non riguarda l’adozione di questo o quell’attrez- zo tecnologicoma di identificazione dell’im- pianto culturale della scuola, di cosa abbia senso continuare a far apprendere e di cosa no, per far posto ad altro. Una riflessione sui media della conoscenza, di tutti i media, quelli tradizionali e quelli no, può esserci di aiuto, più garantirci di reagire co- struttivamente alla delusione provo- cata dal sogno infranto di una scuola destinata comunque a progredire? A mio avviso sì, ma, avverto, si tratta di una riflessione dolorosa, perché impone di fare sacrifici, soprattutto di cestinare qualcosa, in termini di idee, di pratiche, di aree di sapere. tutta, in un periodo storico, poi, non soltan- to cronachistico, così particolare come quel- lo che stiamo tutti vivendo, in cui nessuna garanzia abbiamo di un pacifico ritorno di tutte le pedine al loro posto, potrebbe, io ritengo che dovrebbe spingerci a pensare un po’ più alla grande, e dunque a vedere le cose in una prospettiva più ampia di quella consueta. Il « lontano dagli occhi lontano dal cuo- re » del refrain bello e struggente di Sergio Endrigo ci imporrebbe di riconoscere che la «mia scuola», quella cui sono affezionato, è « lontana lontana da me » e che quel « qual- cosa di freddo che inverno non è » potrebbe corrispondere all’effetto di una disillusione. Quale? Fine di un amore? Necessità di cam- biare per recuperarlo? Proviamoci. Non è solo la distanza dovuta alla tec- nologia che, nell’attuale frangente, rende impraticabile, e dunque indebolisce la di- dattica cui siamo avvezzi: di sotto al disagio ci potrebbe essere qualcosa di più serio. La profonda crisi che stiamo vivendo sul pia- no economico, sociale ed anche esistenzia- le, ci dovrebbe aiutare a cogliere quanto di problematico c’è nella nostra dipendenza, psicologica e materiale, da un modello di scuola che, come ogni altro modello sociale, è sottoposto all’usura del tempo e dunque della storia. Possiamo far finta che non sia così, e infatti finora l’abbiamo fatto, abba- stanza tranquillamente, anche se qualche visionario (per esempio Ivan Illich) ci dice- va «vedi bene, che il re è nudo!», ma ora è arrivato il momento di accettare la sfida, oggi che siamo allo stremo, con le spalle al muro, impossibilitati a pensare che lo stel-
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