Maggio 2020

LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXVII - Numero 5 - Maggio 2020 14 A conclusione del mio intervento del mese scorso (1) ponevo domande sul futuro della scuola, quello almeno che le si prospetta con l’uscita dalla fase uno (conclusione dell’anno 2019/20) e dalla fase due/tre ecc. (organizzazione e gestione dell’anno 2020/21, poi chi sa). Aggiungevo che ognuno di noi dovrebbe impegnarsi in cuor suo ed anche pubblicamente a darsi e dare fin da ora delle risposte oneste a que- gli interrogativi, dove per oneste intendevo e intendo risposte realistiche, che tengano conto delle condizioni materiali e culturali, decisamente ristrette e pure rigide, in cui da tempo, quindi da prima della crisi del Co- vid19, si colloca la versione nazionale della più generale questione scolastica. Condizio- ni che l’emergenza sanitaria, a seconda del- le aree di riferimento, ha ristretto ulterior- mente, come è per il settore economico, o al contrario ha inaspettatamente allargato, come è per la discussione pubblica sui mas- simi come sui piccoli sistemi pedagogici, che ha avuto un imprevedibile balzo in avanti. Partendo da una considerazione non di parte chiedevo allora, un mese fa, se potes- simo individuare in questa scuola, la nostra, nelle sue doti e nelle sue debolezze, nella sua stessa tradizione insomma, gli anticorpi necessari per far fronte ad una crisi così pro- fonda e inaspettata come quella di cui sia- mo tutti partecipi, ossia un fenomeno che, se vogliamo coglierlo nei suoi effetti più profondi, sta minando la fiducia, un tempo ampiamente diffusa, su un’idea lineare di progresso: anche della scuola, allora. O se invece, identificando con la necessaria dose di realismo gli elementi di emergenza pe- dagogica che la crisi sanitaria sta portando alla luce, non ci sentissimo in dovere di pen- sare e discutere la parte scolastica di que- sta ipotetica sospensione di fiducia: il venir meno, cioè, dell’idea che, tutto sommato, il sistema scolastico cui da sempre affidiamo le nostre speranze e su cui talora poggiamo i nostri crucci, abbia in sé le energie per reg- gere ai colpi della sorte e dunque per andare avanti, comunque migliorando. Invitavo, insomma, ad uscire dal contin- gente, e ad iniziare attivamente e respon- sabilmente ciò che io vedo ed esprimo nei termini di un processo di disincantamento, di liberazione dal peso di prospettive illuso- rie: si tratta di un impegno che, una volta accettato, dovrebbe impegnarci a guardare meglio dietro noi stessi, non solo per rico- struire attraverso quali percorsi comuni (al di là e al di qua delle singole scelte politiche e ideologiche) siamo arrivati alla condizione presente ma anche per capire come, parten- do da qui, sia possibile individuare e dare alla scuola un’idea condivisa e praticabile di futuro. Suggerivo, di fatto, di non conside- rare il disagio del presente come uno shock superficiale dovuto alla provvisoria perdita di determinate sicurezze: per intenderci, quelle legate agli spazi fisici e mentali in cui si concretizza, si direbbe da sempre (ma non è così) la nostra idea di scuola e che nessu- na soluzione tecnologicamente raffinata può riprodurre compiutamente. No, ammonivo a non sopportare passivamente questa con- dizione, per certi aspetti di paralisi, come avviene se ci si mette a contare i giorni e i mesi (o gli anni?) che ci separerebbero da un ritorno alla normalità, ma, al contrario, a prendere lo shock come qualcosa di molto profondo, cui reagire. L’essere costretti, per così tanto tempo, a vedere e praticare da lontano non solo la didattica ma la scuola OLTRE LA DIDATTICA A DISTANZA Roberto Maragliano, già Università Roma Tre (1) http://www.uciim.it/rivistauciim/4_2020/

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