Maggio 2020

LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXVII - Numero 5 - Maggio 2020 10 (social economica status) groups » (13). (Nel passato noi, non solo il mio team ma l’intero settore dell’educazione, abbiamo involonta- riamente equiparato l’imperativo morale al successo accademico. Infatti, quando noi nu- triamo alte aspettative per gli studenti, qua- si sempre pensiamo a un successo accademi- co. In una revisione dell’imperativo morale ridefinisco «alte aspettative» in riferimento non tanto ai tanto ai livelli accademici ( lear- ning ) quanto alla vita stessa, cui alludo con il termine «connessione» ( connectedness ). La ridefinizione dell’imperativo morale ci con- sente di esplorare la relazione tra le acquisi- zioni accademiche (learning ) e la connecte- dness. È dalla sinergia tra queste dimensioni che emerge qualcosa di nuovo e potente per l’individuo e per l’umanità. Lo scopo mo- rale dell’azione educativa per definizione contrasta l’iniquità: è necessario ridurre, nell’apprendimento e nella vita, il gap esi- stente tra gli studenti dei vari livelli di status socioeconomico (SES Groups ). Quando le due dimensioni, l’apprendere e il vivere, sono in sinergia e in interazione, esse creano qual- cosa di nuovo e di superiore per l’individuo e per l’umanità). L’imperativo morale cui fa riferimento Fullan in qualche modo si avvicina alla no- stra idea di «scopo dell’educare»; non coin- cide con il semplice successo accademico (conoscenze-trasmissione dei saperi) ma con qualcosa che ha a che fare con la vita e con viva voce e quindi l’esperienza del maestro» (così Quintiliano) (12). M. Fullan: Moral imperative redefined e Nuance Particolare interesse destano gli studi di M. Fullan che afferma la necessità di ridefi- nire sia il senso dell’educazione, che lo stu- dioso chiama « moral pourpose », sia le nuove caratteristiche di una leadership scolastica all’altezza delle sfide contemporanee. « In the past, we – not just our team but the whole field - have unwittingly equated the moral imperative with student achieve- ment measured as academic success! When we have “high expectations” for students we almost always think of academic achie- vement. So, learning becomes the sole achievement goal. In a redefinition of the moral imperative, I recast high expectations as referring to both academics/learning, and to life itself, which I refer to as “con- nectedness”. Redefining the moral impera- tive allows us to explore the relationship between academic achievement (learning) and connectedness. When the two are tre- ated as synergistic, together in interaction, they create something hew and superior for the individual and for humanity. The moral imperative by definition attacks inequity. The gap in learning and life must be sub- stantially reduced for students from all SES (12) Quintiliano, Institutio oratoria, II, 2, 5-9: (5) Ipse nec habeat vitia nec ferat. Non austeritas eius tristis, non dissoluta sit comitas, ne inde odium, hinc contemptus oriatur. Plurimus ei de honesto ac bono sermo sit; nam quo saepius monuerit, hoc rarius castigabit, minime iracundus, nec tamen eorum quae emendanda erunt dissimulator, simplex in docendo, patiens laboris, adsiduus potius quam inmodicus. (6) Interrogantibus liben- ter respondeat, non interrogantes percontetur ultro. In laudandis discipulorum dictionibus nec malignus nec effusus, quia res altera taedium laboris, altera securitatem parit. (7) In emendando quae corrigenda erunt non acerbus minimeque contumeliosus; nam id quidem multos a proposito studendi fugat, quod quidam sic obiur- gant, quasi oderint. (8) Ipse aliquid, immo multa cotidie dicat, quae secum auditores referant. Licet enim satis exemplorum ad imitandum ex lectione suppeditet, tamen viva illa, ut dicitur, vox alit plenius praecipueque praeceptoris, quem discipuli, si modo recte sunt instituti, et amant et verentur. Vix autem dici potest, quanto libentius imitemur eos, quibus favemus . (Egli non abbia vizi, né li sopporti. Non abbia una severità sgradevole, né una familiarità dissoluta, affinché da una non si generi odio, dall’altra disistima. Parli moltissimo di ciò che è onesto e buono: infatti, quanto più spesso avrà rimproverato, tanto più raramente castigherà; non sia iracondo, né dissimulatore di ciò che si dovrà correggere, semplice nell’insegnare, tollerante della fatica, costante più che eccessivo. Risponda volentieri a chi lo interroga, viceversa interpelli coloro che non lo interrogano. Nel lodare gli studenti, non (sia) avaro né prodigo, poiché una cosa genera il disgusto della fatica, l’altra la noncuranza. Nel correggere ciò che dovrà essere corretto, non (sia) crudele né offensivo; infatti il fatto che alcuni castigano così come se odiassero, allontana dall’intenzione di studiare. Egli stesso dica qualcosa, anzi molte cose, ogni giorno, che chi ascolta possa portare con sé. Ammettiamo pure infatti che utilizzi abbastanza esempi da imitare grazie alle letture fatte, tuttavia soprattutto la viva voce, come si dice, del maestro, che i discepoli, se sono stati educati in modo giusto, amano e apprezzano, alimenta in modo più pieno e proprio. D’altronde, a stento si può esprimere quanto più volentieri imitiamo coloro verso cui siamo ben disposti). (13) M. F ullan , « The Moral Imperative Redefined » in «Principal Connections» fall 2019 Volume 23 Issue 1

RkJQdWJsaXNoZXIy NTYxOTA=