Aprile 2020

LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXVII - Numero 4 - Aprile 2020 41 non dovrebbe accedere alla scuola che ha un forte segno educativo simile al suo progetto di vita? L’erosione del principio di cittadinan- za nasce anche dall’appiattimento subalter- no a questa cultura diffusa alla quale, però, non basta rispondere che pubblico è bello. Ma oggi a scompigliare le carte di una relazione che pareva ormai compromessa, l’emergenza sanitaria che stiamo attraver- sando, la sospensione delle attività didatti- che in presenza, lo stravolgimento della vita quotidiana degli alunni e delle loro fami- glie, l’isolamento in inedite convivenze ed il sopraggiungere della didattica a distanza (ormai degna di un acronimo DAD) nelle abi- tazione degli italiani, dopo l’iniziale fase di assestamento aprono nuovi scenari non solo nella percezione del ruolo e dell’importanza della scuola nel nostro Paese ma anche della figura degli insegnanti e della loro colloca- zione simbolica nel sentire comune. «Niente sarà più come prima» è la frase che ogni opinion maker pronuncia nei talk show , indulgendo ad una nuova retorica che allude a scenari di ogni tipo, lasciando in- travvedere sia apocalissi future o un ritorno ad un Eden con un’umanità riconciliata con l’ambiente e portatrice di solidarietà. Lontani da tentazioni di questo tipo non possiamo non registrare alcuni cambiamenti. Senza entrare nel merito della valutazio- ne della didattica a distanza su cui ormai è unanime una valutazione positiva per la ge- nerosità ed eticità di una gran parte degli insegnanti che ha sentito di dover, con tutti i mezzi a disposizione e spesso improvvisan- do una formazione che non è generalizzata, riconquistare una vicinanza negata dalle cir- costanze ed adempiere ad un mandato co- stituzionale: quello del diritto all’istruzione. Come è altrettanto unanime la considera- zione di un radicamento delle disuguaglian- ze per quel 30% di allievi che l’Istat misura come esclusi da ogni forma di accesso alle strumentazioni necessarie. La didattica a distanza, sia pur emergen- ziale e non sostitutiva di una più completa e complessa relazione educativa, ha chiamato in causa prepotentemente le famiglie. Una ricerca che abbiamo compiuto su un campione nazionale di circa 1200 genitori a marzo 2020 (vd. www.leparoleascuola.it ) Le risposte sono però inevitabilmente de- boli, se non tengono conto e non contrastano i fenomeni di privatizzazione familistica che interessano anche la scuola pubblica. La ri- cerca di tante famiglie di scuole senza stra- nieri, di aule senza disabili, di sezioni omo- genee dal punto di vista sociale; e anche di alcuni insegnanti che lasciano correre, che non vogliono vedere quello che non va, che per insipienza o indifferenza abdicano al loro ruolo e alle loro prerogative. Sono processi che vengono da lontano, ma da non sottova- lutare perché ne vengono indeboliti il ruolo della scuola pubblica, la sua credibilità so- ciale, la sua autorevolezza. E non è neanche pensabile come soluzione, un ritorno salvifi- co al passato; se la scuola ridiventasse come nel 1961 – con la bacchetta magica o grazie a qualche editto dall’alto – non si risolverebbe tutto questo. È necessaria la fatica politica – per una volta in senso proprio e alto – di un nuovo grande patto sociale. E un tempo lun- go per ricostruire il presidio del limite grazie alla ri-costruzione esplicita di quel patto im- plicito tra adulti docenti e adulti genitori, per concorde adesione. Insomma: la nostalgia del tempo che fu, non si misura con le trasformazioni avvenu- te, impedisce un approccio che è necessaria- mente complesso, trova il colpevole e si lava la coscienza. L’elemento quindi che salta maggiormen- te agli occhi in questa partita famiglia-scuo- la è un rapporto di fiducia con l’istituzione scolastica che, tra alti e bassi, ha connotato la storia repubblicana. Consentendo il dila- gare di un familismo pervadente e pervasivo che talvolta ha fatto da sfondo ad impianti legislativi. Nel caso della scuola, enfatizzando la libertà di scelta delle famiglie, si è aperto un varco ad un’interpretazione «liberistica» di intendere il genitore, chiamato non nei suoi ruoli e responsabilità definite, ma come cliente il cui livello di soddisfazione è fun- zionale all’impresa. La scuola, pertanto, non negozia più senso e significati con la società civile, ma chiede che senso e significati ven- gano volta per volta attribuiti da coloro che detengono non solo la patria potestà, ma un più forte diritto di proprietà sul minore. Tutto così si legittima: perché il genitore

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