7 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXXII - Numero 3-4 - Marzo-Aprile 2025 Nei secoli, la scuola è sempre stata riconosciuta e stimata come luogo di istruzione ed emancipazione. La storia dei popoli e del loro progresso potrebbe essere riscritta come storia dell’istruzione per tutti (1). Oggi però, in alcuni luoghi del mondo, il fatto che ci sia istruzione per tutti rimane un obiettivo ancora lontano (tra gli altri obiettivi di uno sviluppo sostenibile per il 2030 ormai vicino), in altri luoghi, per le nostre società «fortunate», dove questo obiettivo risulta per lo più quantitativamente raggiunto, il valore e il senso della scuola appare in crisi. Forse anche perché che lo studio non ha più la rilevanza sociale che aveva in passato e che la scuola non sia considerato più il luogo privilegiato in cui apprendere. Ciò si lega anche, secondo alcuni, al fatto che la trasmissione delle informazioni e la possibilità di immagazzinare conoscenze è disseminata dalla pervasività delle tecnologie digitali. Se oggi tutti sono concordi nel denunciare che la scuola – e l’educazione in generale – è in crisi, dovremmo ricordare che ogni crisi è un’occasione per discernere e comprendere; «Una crisi – scriveva la filosofa Hannah Arendt negli anni Sessanta del Secolo scorso − ci costringe a tornare alle domande; esige da noi risposte nuove o vecchie, purché scaturite da un esame diretto; e si trasforma in una catastrofe solo quando noi cerchiamo di farvi fronte con giudizi preconcetti, ossia pregiudizi, aggravando così la crisi e per di più rinunciando a vivere quell’esperienza della realtà, a utilizzare quell’occasione per riflettere, che la crisi stessa costituisce» (2). (1) Si veda come esempio: F. De Giorgi, L’istruzione per tutti. Storia della scuola come bene comune, la Scuola, Brescia 2010. (2) H. Arendt, Tra passato e futuro, Garzanti, Milano Proverò in queste pagine, mantenendo questa filosofa come costante interlocutrice, a ragionare sulla crisi della scuola e su una pedagogia della scuola per il nostro tempo, a partire da una domanda: quali sono i caratteri più caratterizzanti del nostro tempo? Su questa, proverò a innestare altre domande. Ovviamente a nessuna potrò rispondere in maniera esaustiva, ma il mio obiettivo è solo suggerire alcuni spunti per la riflessione e per la formazione. Una pedagogia per la scuola nel tempo dell’in-differenza. Il nostro tempo è ormai da più parti riconosciuto come tempo del pluralismo che diventa relativismo: oggi, se si parla di valori o di beni, come se ne parla? Se ne parla solo come di regole legate a tradizioni e contesti e, quindi, come opzioni soggettive. Ne segue che tutto va ugualmente bene. Senza differenze. Secondo questa prospettiva, che possiamo chiamare di in-differenza relativista, sembra non abbia più senso parlare del bene: è diventato un tema da evitare anche nei contesti educativi, perché ritenuto vacuo o, peggio, pericoloso (3). Infatti, sembra che voler parlare del bene non possa che portare a varie forme di dogmatismo e autoritarismo e se in passato la frase «è per il tuo bene» è stato spesso la premessa di atroci violenze, oggi sembra che l’unica posizione moralmente accettabile per un educatore sia non prendere posizione. Da tutto ciò deriva nella percezione comune sia riscontra una diffusa dimenticanza della 1991, pp. 229. (3) Per approfondimenti rimando ai miei testi: Del bene, Morcelliana, Scholè 2021; Dibattere del bene: una difesa fenomenologica della ragion pratica, in «Studium Educationis», 1.2021, pp. 58-67. QUALE PEDAGOGIA DELLA SCUOLA PER IL NOSTRO TEMPO? Giuseppina D’Addelfio, Professore ordinario, Università di Palermo, Scienze Psicologiche, Pedagogiche, dell’Esercizio Fisico e della Formazione
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