37 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXXII - Numero 3-4 - Marzo-Aprile 2025 Lo studio scolastico del latino, si sa, siede al banco degli imputati ormai da lungo tempo. Ora difeso, ora osteggiato, sembra mantenersi a fatica su basi condivise ed è relegato in una posizione sempre più marginale nei quadri orari della maggior parte dei percorsi liceali. Ciò di cui è chiamato a dover dare costantemente prova è la propria utilità: di nessun’altra disciplina, per quanto ostica e sgradita, si mette così profondamente in dubbio la presenza di un reale beneficio quanto lo si faccia con il latino. In un mondo innervato di consumismo, dove anche ciò che conosciamo e sappiamo ormai viene misurato in base a quanto rapidamente e proficuamente possa essere speso, non stupisce il pregiudizio ben radicato nei confronti di questa disciplina. Troppo spesso gli studenti arrivano alla prima lezione di latino della loro vita avendo già interiorizzato un meccanismo di rifiuto, sentendo incombere su di loro una sorta di predestinazione alla noia e all’apatia, basandosi su quanto sentito da qualcun altro che quello studio l’ha già affrontato a suo tempo. Tale situazione non può non essere presa in considerazione, qualora si vogliano immaginare e progettare percorsi e scenari di sviluppo della disciplina a partire dalle scuole medie, come suggeriscono le ultime proposte avanzate dal Ministero. Infatti, se effettivamente l’ora di latino fosse facoltativa e quindi demandata alla scelta delle famiglie e degli alunni, bisognerebbe domandarsi quale sarebbe realisticamente la percentuale di adesioni e quanto influirebbe su questa decisione il filtro dell’utile, che già grava ampiamente sui licei. Posta in questi termini, la proposta rischierebbe di fatto non solo di non riuscire a raggiungere alcun effetto formativo significativo su larga scala, ma finirebbe piuttosto per marcare maggiormente la sterile divisione e discriminazione tra studenti più volenterosi e meno volenterosi, solo per citarne una. Così facendo si continuerebbe per di più ad alimentare l’idea che il latino sia materia per pochi eletti con una particolare dedizione allo studio e alle discipline umanistiche. Se però, come professionisti del settore, riconosciamo e apprezziamo tutti i vantaggi apportati dallo studio del latino ai discenti, a prescindere dalle loro motivazioni personali, non possiamo non ragionare in un’ottica che sia inclusiva e che dia a tutti gli studenti le stesse possibilità di formarsi adeguatamente. Sì perché il latino, più che sotto i riflettori, lavora dietro le quinte sostenendo e supportando gli attori principali di ciascun indirizzo scolastico: proprietà linguistica, abilità logica, problem solving, capacità analitica, mediazione culturale, sono tutte competenze centrali sia in ambito umanistico che scientifico, sia nei licei che negli istituti tecnici. È proprio da quella mancanza di immediata spendibilità, e quindi di urgenza, che questa materia può permettersi di prendere tempo, di fermarsi e sostenere indirettamente il percorso di apprendimento delle altre discipline, poiché l’obiettivo dell’insegnamento non è di certo, in questa fase (e anche nelle successive, a ben vedere), quello di creare dei latinisti. Se riteniamo dunque che lo studio del latino sia un buon antidoto contro l’impoverimento linguistico cui stiamo tristemente assistendo e un incentivo nello sviluppo di tutte le ASPERSI DI SOAVI LICOR: SCENARI E RIFLESSIONI SULLA DIDATTICA DEL LATINO NELLA SCUOLA SECONDARIA DI PRIMO GRADO Ilaria Wlderk, docente discipline letterarie, scuola secondaria superiore
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