La Scuola e l'Uomo - n. 3-4-Marzo-Aprile 2021
LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXVIII - Numero 3-4 - Marzo-Aprile 2021 28 Ho realizzato che la Dad in sé non è un mezzo di istruzione da bocciare, secondo me avrebbe un buon potenziale se i professori te- nessero corsi di aggiornamento su nuove tec- niche di insegnamento da remoto, in modo da cogliere anche l’attenzione di un pubblico influenzato da molte più distrazioni rispetto al contesto della classe. Ciò che mi ha fatto vivere parte della Dad come esperienza ne- gativa è stata la totale chiusura della scuola. Se la situazione sanitaria peggiorasse ulte- riormente, tanto da dover ricorrere a chiusu- re, spero che lascino la scuola aperta almeno al 50%, perché quelle due settimane al mese in cui si va a scuola rendono vivi, continuano a dare la forza per seguire anche da casa, perché si capisce che alla fine qualcuno tiene ancora alla nostra istruzione, e che lo sforzo di continuare a provare non lo si fa solo per i noi stessi del futuro, ma anche per quelle persone che stanno investendo in noi. Giovanni Bruscoli Due problemi della Dad 1. La soglia di attenzione Tra le tante capacità che un professore deve avere per svolgere al meglio il suo lavo- ro, spicca l’importanza del saper tenere alta l’attenzione degli studenti. Il potere di esse- Inizialmente non mi immaginavo che que- sto contesto potesse proseguire anche con il nuovo anno scolastico. Pensavo che una delle prime cose sarebbe stata la riapertura delle scuole, sapendo quanto è difficile imparare da casa e che ne va della nostra istruzione e quindi del futuro del paese. Poi, quando a settembre hanno riaperto al 50% perché ci mancavano i locali, alla fine c’era sem- pre quello spirito positivo come a marzo, sia perché comunque andavamo a scuola a set- timane alterne, sia perché nell’arco di poco saremmo ritornati a scuola normalmente. Ciò è avvenuto e già a inizio ottobre eravamo in classe ogni giorno. Personalmente, tutto è cambiato con la seconda chiusura totale, quella di inizio no- vembre 2020. Anche questa è arrivata da un’ora all’altra, niente preavviso come a marzo, ma non era più emozionante come la prima volta. Sarà a causa del periodo, con le giornate sempre più corte e con troppe nuvole e poco sole, sta di fatto che questa seconda chiusura mi ha portato un sacco di tristezza. Questo contesto non era più par- ticolare, era diventato normale e non vole- vo accettarlo. Non volevo ammettere che lo Stato, che dovrebbe prendersi cura dei propri cittadini, avesse tolto un’altra volta ciò che ho sempre definito come lo scopo principale della mia vita da adolescente. E ciò che più mi ha ferito è che la maggior parte dei miei professori non ci ha dato un minimo di fiducia, perché erano sem- pre a fare commenti più o meno espli- citi sul fatto che non stessimo seguendo in Dad. Questo ferisce se segui sempre, perché non penso capiscano quanto sia difficile seguire dalla propria camera. Sicuramente sarà complicato spiegare così, però ritengo che non sia così pe- sante quanto ascoltare. Mi sono ritrovata nell’arco di due settimane a preoccu- parmi non solo della mia vita scolasti- ca ma anche di quella sociale. Perché i professori alla fine non vengono valutati rispetto a quanto spiegano bene la loro materia e rispetto a quanto i loro stu- denti capiscono, mentre noi sì. E non solo questo, ma le conoscenze che acquisiamo ora sono quelle che segneranno la nostra mente futura.
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