La Scuola e l'Uomo - n. 3-4-Marzo-Aprile 2021

LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXVIII - Numero 3-4 - Marzo-Aprile 2021 19 l’apprendimento che l’insegnamento. Sul piano scientifico, giudizi e voti, in quanto scale ordinali, sono identicamente classificatori; infatti, nel discorso scolastico, un quattro è oggi assimilabile al livello «in via di prima acquisizione». Resta l’ ambiguità dell’oggetto misurato e valutato e la sogget- tività del valutatore, in quanto - nonostante criteri e modalità stabiliti dal Collegio dei docenti - ciascun docente valuta all’interno di un determinato contesto di classe in cui la comparazione «tacita» diventa inevitabi- le e, altrettanto inevitabilmente, si basa su una serie di variabili attribuibili alla sfera personale. Pertanto non ci dicono nulla né di ciò che un determinato allievo ha appreso e del suo processo di apprendimento né sono utili per comparare gli allievi tra di loro, né per prendere decisioni in ordine a percorsi individualizzati/personalizzati. Il discorso non cambia se ci avvaliamo delle cosiddette «prove comuni» - peraltro indotte dal RAV - perché, se valutate dagli stessi insegnanti di classe, non riescono a sfuggire al fenomeno della soggettività. Spesso vengono elaborate da un gruppo di lavoro e poi trasmesse con una circolare del dirigente scolastico. Queste constatazioni ci portano a fare al- cune considerazioni a partire dalla seguente: una valutazione così praticata non è in gra- do di suggerire all’insegnante il «cosa fare» per il miglioramento dell’apprendimento e, più in generale, di migliorare l’offerta for- mativa; ha, semplicemente, una funzione sanzionatoria. Una seconda considerazione, peraltro positiva, ci induce ad affermare che la valutazione, sempre espressa per livelli ma con giudizi articolati come previsto dalle citate linee guida, può mettere in luce i tra- guardi raggiunti dall’alunno e ciò è possibile perché si avvale di indicatori e descrittori in grado di far emergere alcune «evidenze» cor- relate a conoscenze, abilità ed atteggiamen- ti. Una terza considerazione, che si riferisce sempre alle nuove disposizioni valutative che riguardano la scuola primaria: riteniamo che le stesse modalità valutative avrebbero do- vuto riguardare anche la scuola dell’infanzia (ovviamente con gli opportuni adattamenti e con tutt’altra funzione) e la scuola seconda- ria di 1° grado perché i diversi gradi di scuola possano dialogare all’interno di un curricolo provocato ma in negativo, perché appesanti- sce con inutili procedure tutto il sistema sco- lastico che, al contrario, avrebbe bisogno di innovazione autentica. L’innovazione, intesa come miglioramento, non è una scelta bensì una necessità che, se viene percepita dagli attori scolastici (nel nostro caso soprattutto i docenti), può nascere, in senso proprio, solo dal basso attraverso la ricerca e la sperimen- tazione. Le riforme, pure di una certa effi- cacia fino alla fine degli anni ‘90, non pos- sono innovare nulla anche perché, in questi ultimi due decenni, hanno agito in modo da disegnare una «tela di Penelope»: si fa e si disfa, si va avanti e poi si ritorna indietro. Le scuole hanno imparato la lezione: ogni vol- ta che c’è un cambiamento introdotto « par décret », si fa un maquillage ai documenti o se ne aggiungono di altri, mentre le consue- te pratiche continuano ad essere replicate. Come è noto nella letteratura organizzativa, le routine sono più potenti delle innovazioni: danno sicurezza e tengono a freno le persone dall’avventurarsi in territori sconosciuti. Dai voti ai giudizi La valutazione rappresentata con giudi- zi fu introdotta, nella scuola elementare e media, nel 1977 con la legge n. 517 in pieno periodo riformatore avviato e caratterizzato dai decreti delegati del 1974. Nel 2009, con il DPR n. 122, si torna indietro e, nel quadro di una riforma più generale che riguarda an- che il secondo ciclo di istruzione, reintroduce i voti nel primo ciclo, salutati anche come un’operazione fatta in nome della trasparen- za. Infatti, la scelta dei voti in decimi sembra dettata dal desiderio di compiacere una con- sistente parte dell’opinione pubblica e non solo (si pensi ai numerosi articoli sulla stampa di opinionisti del mondo accademico, aggrap- pati al buon tempo andato) che ingenuamen- te considera il voto come uno strumento del- la comunicazione valutativa più trasparente e per questo più efficace dei giudizi espressi con aggettivi e/o con modalità discorsive che, tuttavia, comportano una distribuzione per livelli e un riferimento, implicito, ai voti. In ogni caso, queste tipologie classificatorie certamente non si fondano su una funzione valutativa in grado di guidare ed orientare sia

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