Marzo-Aprile-2016

prattutto ai tempi di conseguimento del ti- tolo di studio, perché vogliono poter conta- re su chi sa rispettare gli impegni più che su quei lenti perfezionisti che hanno dato vita al fenomeno tutto italiano degli universitari fuori corso. quello del lavoro è oggi sempre più un mercato globale in cui ci si deve confronta- re con sfide provenienti da paesi emergenti rispetto ai quali le certezze di una volta (il «pezzo di carta» o certe rendite di posizio- ne) non bastano più. Scuola e università de- vono aprirsi a queste nuove realtà e favori- re scambi e opportunità formative un tem- po impensabili. l’alternanza scuola-lavoro appare una delle ricette vincenti, così come l’internazionalizzazione delle esperienze la- vorative, ma ci sembra di dover esprimere qualche riserva su alcuni degli scenari o de- gli esempi proposti dai nostri autori. È comprensibile che i numerosi casi di successo individuale presentati nel libro possano stimolare l’emulazione in chi sta cercando da dove cominciare nella propria ricerca di una collocazione lavorativa, ma le dimensioni quantitative del fenomeno che stiamo esaminando dicono che i mana- ger di successo sono inevitabilmente pochi, mentre la maggioranza dei lavoratori rima- ne tagliata fuori da queste carriere (e ali- mentare troppe aspirazioni rischia di creare una quantità di frustrati). È giusto affrontare i confronti internazio- nali e incoraggiare i giovani a «emigrare» per cercare quel successo e quella formazione che l’Italia non è in grado di offrire loro, ma accanto alle prospettive di successo persona- le sarebbe il caso di considerare gli effetti perversi che una dinamica del genere può avere sul nostro sistema economico: se gli studenti migliori vanno all’estero e ci riman- gono, attratti da retribuzioni di gran lunga superiori a quelle possibili in Italia, vuol dire che da noi restano i meno bravi o quelli che hanno fatto prevalere altre motivazioni nella scelta della propria carriera professionale (anche la famiglia o l’attaccamento alla cul- tura di appartenenza possono costituire un valore da perseguire nella vita). Valutare le scuole per scegliere le migliori Un capitolo a parte può essere poi costi- tuito dalla mobilità di studio cui il volume invita gli studenti italiani, colpevoli di ac- contentarsi della scuola e dell’università più vicina a casa. Se è vero che gli studi compiuti in una certa scuola o università possono fare la dif- ferenza, le variabili in gioco sono ancora tante e la ricerca dell’eccellenza potrebbe spesso rimanere delusa. mentre per uno stu- dente universitario può avere senso guar- darsi intorno e scegliere l’università in base alla qualità dell’offerta formativa e non in base alla vicinanza, per un ragazzo di quat- tordici anni sembra piuttosto irrealistico (e fuorviante) suggerire lo stesso atteggiamen- to nella scelta della scuola superiore: in una grande città è possibile raggiungere più o meno facilmente scuole diverse di uno stes- so indirizzo, ma nei piccoli centri ci si deve inevitabilmente accontentare dell’unica scuola presente sul territorio, a meno di ac- cettare di sottoporsi fin da giovanissimi a forme di pendolarismo o emigrazione che incidono comunque anche sulla vita perso- nale, sulla rete di relazioni che si possono stabilire e sulla stessa efficacia degli studi condotti in condizioni più faticose del nor- male. Insomma, le provocazioni dei nostri auto- ri sono interessanti ed utili (soprattutto per chi non è abituato a misurarsi con parame- tri economici), ma prima di riscrivere il pro- filo della nostra scuola (essenzialmente la secondaria superiore, perché la primaria sembra funzionare abbastanza bene) o della nostra università sembra il caso di interro- garsi sulla natura della scuola e dell’univer- sità: devono formare al lavoro o formare la persona? dov’è il fine e dov’è il mezzo? È più che giusto dare indicazioni utili alla ricerca del lavoro, alla compilazione di un curriculum, alla costruzione di un profilo professionale sufficientemente flessibile, ma, proprio perché anche le aziende mo- strano maggior interesse alle caratteristiche personali che ai contenuti appresi, sarebbe il caso di approfondire il senso di questa svolta umanistica e ripensare in tale dire- zione il ruolo e la natura della nostra scuo- la: avere di mira la crescita e l’equilibrio personale degli studenti prima di riempire i pof, ed ora i ptof di proposte allettanti ma effimere. 20 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXIII - Numero 3-4 - Marzo-Aprile 2016

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