Marzo-Aprile-2013

levante debito pubblico, deve purtroppo tenere conto di ciò che i mercati finanziari internazionali percepiscono come la strada giusta per uscire dalla recessione, strada che diventa obbligata in quanto i mercati che non ci vedessero imboccare quella strada potrebbero, nel linguaggio di Calvo, punirci severamente per quello che po- trebbe essere in realtà forse un piccolo er- rore. È indubbio che per uscire stabilmen- te dalla crisi sarebbero più urgenti altri provvedimenti rispetto a quelli che il go- verno ha varato durante quest’anno. In ef- fetti l’OCSE ci raccomanda di investire nel capitalo umano, nella ricerca e nell’inno- vazione ma le misure in questo campo so- no più complesse da comunicare. L’OCSE esorta l’Europa a puntare sulle ri- forme, e in particolare sulle liberalizzazio- ni, per stimolare la crescita. Il suggerimen- to è diretto non solo all’Italia ma anche alla Germania ove l’eccessiva regolamentazione nel settore dei servizi alle imprese, nella distribuzione e nei lavori artigiani limita la crescita della produttività. In primo luogo dobbiamo capire quando una regolamenta- zione diviene «eccessiva». Nell’ambito dei settori ad entrata regolata, cioè di quei set- tori ove l’ingresso di nuovi operatori è sog- getto a restrizioni, gli ordini professionali prevedono che per esercitare una professio- ne sia necessario non solo avere un titolo di studio ma anche superare un esame di sta- to. Il motivo che giustifica la regolamenta- zione è la presenza di asimmetrie informati- ve che rendono difficile per un normale cliente la valutazione della competenza di chi fornisce un servizio. Le barriere all’en- trata dovrebbero avere l’effetto di garanti- re un adeguato livello minimo di qualità: chi va da un notaio, da un commercialista o da un avvocato sa che egli non solo ha un ti- tolo di studio ma anche che ha avuto fino a quel momento un comportamento conforme alla deontologia professionale. La laurea in- fatti dovrebbe già di per sé certificare le competenze ma non è possibile revocarla, come invece può accadere per l’abilitazione in seguito a comportamenti professional- mente non corretti. I cittadini tedeschi sono molto orgogliosi delle loro Camere dell’arti- gianato che prevedono che anche elettrici- sti, barbieri e sarti debbano aver frequenta- to scuole che assicurano un’adeguata pre- parazione professionale. Dovremmo pertanto giudicare «eccessi- va» qualunque barriera all’entrata che ab- bia l’obiettivo non tanto di garantire il con- sumatore in presenza di asimmetrie infor- mative quanto quello di contrarre l’offerta di certi servizi per consentire agli iscritti al- l’Albo di conseguire maggiori profitti. La liberalizzazione in questo caso por- terebbe due tipi di benefici al sistema economico: in primo luogo l’aumento dell’offerta di servizi, che in precedenza erano resi artificialmente scarsi, riduce i loro prezzi e di conseguenza i costi per im- prese e consumatori; in secondo luogo la tendenziale riduzione dei profitti indotta dalla maggior concorrenza stimola le im- prese a ricercare soluzioni produttive più efficienti che nel complesso portano ad una migliore allocazione delle risorse. L’OCSE stima che in Italia, Spagna e Germania le liberalizzazioni potrebbero accrescere la produttività di un valore at- torno all’1% per un periodo di 10 anni. L’Italia con il decreto conosciuto come «cresci-Italia» ha imboccato la strada indi- cata dall’OCSE e come primo passo vedre- mo aumentare il numero delle farmacie, forse dei taxi e ci sarà probabilmente più concorrenza nel settore delle professioni e dell’energia. Sull’abolizione delle commis- sioni bancarie, che secondo le stime del- l’Abi avrebbe comportato una riduzione del giro d’affari per le banche di circa 10 miliardi di euro, il governo ha dovuto fare marcia indietro. Infatti sono state reintro- dotte le commissioni sui finanziamenti per le quali è stato in effetti fissato un tetto dello 0,5% a trimestre, che tuttavia è il tasso che già normalmente viene applicato dalle banche. Quello che manca al nostro Paese è una politica per lo sviluppo che punti su settori capaci di esportare nei quali abbiamo un vantaggio concorrenziale, sul turismo in particolare, ma, nella misura in cui i mer- cati non percepiscono come un «errore» il non occuparsene, può darsi che il governo debba iscrivere nella sua agenda altre priorità. 17 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXX - Numero 3-4 - Marzo-Aprile 2013

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